Consacrarsi a Dio: la scelta di suor Rosa

La monaca di clausura ha vestito l’abito di santa Chiara emettendo la professione solenne lo scorso 26 novembre. Il cammino verso il monastero delle clarisse di Nocera Inferiore non è stato facile. Tante esperienze di discernimento e qualche inciampo non le hanno impedito di incontrare e donarsi al Signore.
Suor Rosa Muccio (a sinistra con la coroncina di spine) posa con il vescovo mons. Giuseppe Giudice, la badessa, alcune consorelle, i sacerdoti e i seminaristi che hanno partecipato alla Messa per la professione solenne il 26 novembre 2023, solennità di Cristo Re dell’Universo

Vale la pena consacrarsi a Dio? «Non tutti sono chiamati a vivere questo tipo di consacrazione, ma tutti siamo consacrati nel Battesimo. La mia è stata una scelta radicale, che vale e che rifarei, a cui sono arrivata dopo un lungo percorso».

Suor Rosa Muccio, 46 anni, è originaria di Torre del Greco. Il 26 novembre scorso ha emesso i voti solenni, vestendo l’abito di santa Chiara d’Assisi. Vive nel monastero di Nocera Inferiore. Ci è arrivata dopo un lungo peregrinare e non senza incontrare qualche resistenza, pure tra i familiari. 

La sua scelta non è stata semplice. Sentiva una chiamata, ma non riusciva a darle un nome. Sin da bambina, racconta nel parlatorio del secolare monastero nocerino, ha avuto una speciale propensione per Gesù crocifisso e per Maria. Uno dei simboli della croce, la corona di spine, le è stata posta sul capo il giorno del sì per sempre. È un’antica tradizione delle Clarisse che sembra quasi una chiusura del cerchio. 

«Da piccola nessuno mi aveva dato indicazioni sul cammino di fede. Tuttavia, ho sempre sentito questa propensione interiore ad essere un’anima riparatrice per le offese al cuore di Maria e al cuore di Gesù. La mia era una famiglia cattolica, ma non tutti andavano a Messa».

Il monastero di Santa Chiara di Nocera Inferiore

Ogni tanto trascinava con sé la madre e il fratello, ma «alla fine, ho proseguito da sola. Non accettavano che ci andassi ogni giorno». Però lei non poteva farne a meno: «Desideravo l’Eucaristia e appuntavo le frasi della Liturgia, del Vangelo». Racconta che nella sua cameretta aveva «un crocifisso e, quando capitavano incomprensioni familiari, correvo lì per affidargli il mio dolore e trovare la forza per proseguire».

Con l’adolescenza arrivò un periodo di crisi, aggravato dalla morte del papà quando lei aveva solo 17 anni. La carriera scolastica si interruppe. Qualche amicizia sopra le righe, un fidanzato e la passione per il ballo l’allontanarono dal contesto ecclesiale. Poi la svolta. «Ad un certo punto mi chiesi: “Perché attendere gli altri per andare a Messa?”. Ho, quindi, ripreso il cammino di fede. Per molti anni ho fatto parte del Rinnovamento carismatico, mi sono dedicata alla parrocchia della Santissima Annunziata come lettrice, in Azione cattolica, Caritas, ho fatto la formazione come ministro ausiliare della Comunione».

Ma suor Rosa cercava altro, di più. Lasciò il lavoro come collaboratrice domestica e appese le scarpe da ballo al chiodo. Quando comunicò questa scelta al maestro, lui le disse: «Maria Goretti ma dove te ne vai?».

«Il Signore chiama in diversi modi, ci fa comprendere il suo attraverso varie esperienze. Ho percorso e abbracciato tante strade, con molteplici percorsi spirituali che ho lasciato, fino ad arrivare qui a Nocera». 

Prima entra in contatto con alcune congregazioni religiose di vita attiva, segue un anno di cammino con l’Ordo Virginum. Ma cercava altro. «Ho avuto alcune guide, ma è stato importante mettermi davanti a Dio, personalmente, in silenzio. Così ho messo a tacere le tante voci che mi circondavano. Il seme della vocazione è germogliato nell’incontro a tu per tu con Lui».

Dopo tempo la sua strada incrocia quella di un frate Cappuccino, che le indica il monastero delle Clarisse di Nocera Inferiore. «Arrivai qui per qualche incontro di discernimento, poi feci un’esperienza di alcune settimane vivendo in foresteria. La preghiera perpetua, la partecipazione alla liturgia, anche solo attraverso gli altoparlanti, mi donavano una pienezza unica».

Era il 2014. In primis ci furono sei mesi di aspirantato trascorso all’esterno, al termine del quale ritornò a casa. Poi un anno e mezzo di postulantato in comunità, a cui seguirono due anni di noviziato e cinque anni di professione temporanea. Fino ad arrivare alla professione solenne dello scorso 26 novembre. 

La scelta della clausura fece riacuire le tensioni familiari: «Mia madre non mi accompagnò. Uno dei miei fratelli si oppose fortemente, anche se oggi è il più vicino al nostro monastero». Non sono mancate le tribolazioni: «Chiedevo al Signore cosa volesse da me. Ero stanca di tante prove, gli chiedevo una indicazione chiara, che è arrivata con la mia scelta religiosa».

È da diversi anni che suor Rosa vive a Nocera Inferiore, tra le cose belle della vita claustrale indica «la preghiera comunitaria, l’unicità della lode corale, i momenti di silenzio che aiutano a vivere il rapporto interiore con il Signore». E gli incontri con le persone, perché per le sorelle clarisse il mondo non comincia e finisce dietro la grata: «Vivere in clausura non è una chiusura al mondo. A coloro che si affacciano qui da noi cerchiamo di portare Dio. Non ci chiudiamo per vivere la nostra intimità, ma per condurre tutti a Dio. Essere lampada che brilla sul monte».

Dal parlatorio delle Clarisse un pensiero ai giovani in discernimento: «Abbandonatevi a Lui, fidatevi del Signore che ci parla nell’interiorità e si fa sentire quando vuole e come vuole. A chi, invece, è già in cammino dico: continuate a perseverare lungo la strada su cui siete stati incamminati».

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