Oscar 2024, l’Italia candida «Io Capitano» di Matteo Garrone

Migranti e “spirito del tempo” sul grande schermo. Il cinema italiano protagonista della rubrica di “In Sala”.
grande schermo

Io Capitano di Matteo Garrone è il film designato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2024 per la categoria Miglior Film Straniero.

La motivazione: «Per avere incarnato con grande potenza e maestria cinematografica il desiderio universale di ricerca della libertà e di felicità. Creando un’epica del sogno che mette in scena il coraggio e il dolore che segnano da sempre le migrazioni, in una dimensione di profonda umanità».

Il film, intanto, premiato alla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d’Argento per la Regia a Matteo Garrone e che è valso il premio Mastroianni al giovane interprete Saydou Sarr, continua con successo la sua corsa nei cinema italiani.

L’opera di Garrone tratta del dramma della migrazione dall’Africa verso l’Europa, vera sfida del contemporaneo per i governi UE, evocata spesso anche dal Santo Padre in ogni occasione pubblica disponibile.

L’Odissea di due ragazzini attraverso deserti, violenze assortite e poi il mare, ultimo pericolo, da attraversare su carrette stipate all’inverisimile. Un esempio di cinema “civile” e una nuova medaglia all’occhiello per uno dei nostri più affermati (e premiati) cineasti.

Il secondo consiglio di questo mese è sempre riferito ad un film italiano, ma questa volta si tratta di un folgorante esordio: “Non credo in niente” di Alessandro Marzullo (soltanto omonimo del più celebre Gigi, titolare dell’unica rubrica cinematografica in onda sul servizio pubblico, nella notte tra il venerdì e il sabato), in sala dal 28 settembre.

Un potenziale cult generazionale, un esordio nel lungo che reclama a gran voce visibilità, un ulteriore rappresentante della “wave” metropolitana (e notturna) in via di formazione nel nostro cinema (esempi recenti? “Notte fantasma” di Fulvio Risuleo e “L’ultima notte di Amore” di Andrea Di Stefano, consigliati entrambi).

Un film che parla alla generazione dei 25/30enni da una prospettiva di prossimità vera e non ostentata, scegliendo anche toni brillanti a tratti ma rifiutando l’atmosfera scanzonata e il finale conciliante, perché non si può stemperare un male esistenziale senza via di uscita, ed edulcorarlo sarebbe irrispettoso e immorale. Intercetta in pieno lo “spirito del tempo”, un momento di passaggio in cui tutti sono ancora sospesi nella palude tra una carriera affermata e le occasioni buttate al vento.

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