L’oro liquido. Un’annata felice per quantità e qualità

Un’annata felice per quantità e qualità. Non senza qualche eccezione.

Buona annata per l’olio di oliva italiano. Buona in tutti i sensi: cresce la quantità, migliora la qualità. Anche se, come accade quasi sempre, non tutto lo Stivale agricolo ha beneficiato di condizioni produttive ottimali per dare un prodotto all’altezza delle aspettative.

Stando alle stime Coldiretti, Ismea e Unaprol, la produzione 2021 è stimati in aumento del 15% circa rispetto al 2020, ottima la qualità.

Detto in altro modo, la produzione di olio in Italia potrebbe attestarsi intorno ai 315 milioni di chili, in leggero aumento rispetto ai 273,5 milioni di chili dell’annata scorsa.

Ci si colloca nella media delle ultime campagne, anche se molti si aspettavano di più.

I produttori, quasi tutti, in ogni caso sorridono. Se si guarda ai numeri resi noti in questi giorni, si capisce subito la situazione.

Perché anche per l’olio – come per la gran parte delle altre produzioni agricole -, a dettare legge è stato l’andamento climatico, soprattutto in alcune regioni fortemente specializzate.

È  il caso della Puglia, per esempio, definita con ragione “il polmone olivicolo del Paese”, che aveva sperato in aumento addirittura del 40% della produzione e che invece si dovrà accontentare di un raccolto notevolmente più basso. Meglio, forse, la Sicilia, meno bene in Calabria.

Annata negativa – fanno sempre notare Coldiretti, Ismea e Unaprol -, per Toscana e Umbria. Senza dire poi del disastro della Lombardia che, a causa del gelo e del caldo successivo, deve fare i conti con perdite tra il 60 e l’80% della produzione.

“Tutti attendevamo l’annata di carica ma, purtroppo, l’andamento climatico e la grande siccità hanno colpito duramente le aziende olivicole del nostro Paese, che hanno incrementato i propri investimenti irrigui per salvare la produzione”, ha commentato riferendosi alla situazione generale del Paese, il presidente di Unaprol, David Granieri.

“Conserveremo ancora il primato sulla qualità – aggiunge Granieri – ma siamo in difficoltà sulle quantità di prodotto. Per questo non sono più rinviabili interventi strutturali di rinnovamento degli impianti e recupero degli uliveti abbandonati per consentire alla produzione di tornare sui livelli di eccellenza di dieci anni fa”.

Richieste importanti che hanno più di una ragione d’essere e che in qualche modo devono essere ascoltate.

In  ogni caso, così come per il vino, si apre una stagione determinante per l’olio di oliva italiano  riconosciuto in tutto il mondo come uno dei migliori, oltre che essere uno degli alimenti d’eccellenza per la dieta nazionale. Stando ai coltivatori, in Italia 9 famiglie su 10 consumano olio extravergine d’oliva tutti i giorni.

Ma cosa significa in realtà l’olio di oliva in Italia?

Oltre agli aspetti d’immagine, l’olivicoltura nazionale vuol dire oltre 400mila aziende agricole specializzate in Italia, una produzione in gran parte d’eccellenza con 42 Dop e 7 Igp, con un patrimonio di 250 milioni di piante e 533 varietà di olive.

Detto in altri termini, l’olivicoltura nazionale rappresenta uno dei più vasti (se non il più vasto) patrimonio di biodiversità del mondo. Ed è qui che si capisce davvero l’importanza di questo prodotto.

Il rilievo del settore dell’olivicoltura dal punto di vista sociale e ambientale.

Non solo economia in senso stretto, ma anche tutela e conservazione del territorio e dell’ambiente, oltre che un bagaglio di tradizioni senza pari. Condizioni che caratterizzano questo comparto e che, se da una parte lo rendono unico dal punto di vista economico, dall’altra lo pongono come indispensabile non solo in termini economici ma anche ambientali, sociali e storici.

Andrea Zaghi

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