Il volto della povertà. Dati e connotati del Reddito di Cittadinanza

Faccia a faccia con la povertà. I poveri hanno sempre più il volto di donne e giovani famiglie. Alla crisi occupazionale, familiare e sociale si aggiunge quella educativa.
Un colloquio allo sportello “Forza donna” della Caritas diocesana

Guardare la povertà: gioco di equilibrismo tra un eccesso di empatia, che può generare retorica, e di distanza che può dar vita a semplici e pericolosi stereotipi.

Tuttavia fissare lo sguardo con attenzione alla nuova realtà che ci circonda, sconvolta dagli ultimi accadimenti, è il primo passo necessario per generare politiche della prossimità e creare spazi di condivisione e di responsabilità sociale. Parlare di povertà non è poi così semplice e scontato.

Il Reddito di Cittadinanza è stato l’unico paracadute per evitare il disastro sociale

Nei discorsi, anche tra semplici cittadini, spesso ci confrontiamo con due posizioni nettamente opposte: povertà come condizione sociale di intere masse, che sembra essere quasi espressione di una certa cultura di sinistra; povertà come conseguenza di una certa poca voglia di lavorare, espressione più di destra (volendo usare un linguaggio appartenente al mondo politico).

Il primo dato che possiamo evidenziare è che dal 2019 abbiamo assistito ad una diminuzione della povertà assoluta, in gran parte dovuta al miglioramento dei livelli di spesa delle famiglie meno abbienti. L’andamento positivo si è verificato di certo in concomitanza dell’introduzione del Reddito di Cittadinanza.

Reddito di Cittadinanza: una misura che ha bisogno di correttivi sotto l’aspetto della collocazione lavorativa.

Nel territorio dell’Ambito S01_1, che comprende i comuni di Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Roccapiemonte e Castel San Giorgio, sono circa 7mila le famiglie che hanno beneficiato del Reddito di Cittadinanza.

Il dato interessante che emerge è che quasi la totalità, poco più dei 6mila beneficiari, hanno rinnovato la richiesta del beneficio economico alla scadenza delle 18 mensilità, indicativo del fatto che pur avendo sottoscritto il Patto per il Lavoro la maggioranza dei percettori non l’ha mai trovato e continua a permanere in uno stato di precarietà. Ci è dato quindi di costatare che il Reddito di Cittadinanza come politica attiva del lavoro necessiti di forti correttivi.

Intanto l’uomo che incontriamo per le nostre strade, che forse povero non si sente, ma certo nemmeno ricco, è sempre più confuso. L’arrivo della pandemia ha sconvolto ancor più la nostra quotidianità e ha fatto sì che il povero sia diventato a noi più vicino: lo hanno incontrato i sacerdoti, accolto i servizi sociali professionali e, quasi a non crederci, lo abbiamo ritrovato tra i nostri amici, i nostri conoscenti. Persone che prima stavano bene e improvvisamente sono precipitate nel baratro della crisi.

Forse dovremo sostituire il termine povertà con vulnerabilità che, rispetto alla povertà o all’esclusione, offre una chiave di lettura multidimensionale del fenomeno della disuguaglianza e consente di capire meglio le condizioni di difficoltà vissute dai cittadini, che vedono sgretolarsi i punti di riferimento sui quali fondavano le loro decisioni e i loro progetti di vita.

Potremmo individuare tre macro aree. Crisi del mercato del lavoro: abbiamo assistito al passaggio da una logica di piena occupazione, generalmente con contratti a tempo indeterminato, ad un rapporto di flessibilità che spesso diventa di precarietà. Crisi della famiglia, oggi sempre più incapace di coltivare relazioni stabili. Crisi del welfare state, che non riesce a rispondere ai bisogni complessi e soggettivi di intere fasce della popolazione.

Chi sono le persone più colpite dalla pandemia e che si sono trovate in difficoltà?

Da una parte ci sono gli individui che da sempre popolano il gruppo dei poveri: chi ha un basso titolo di studio, vive in periferia in quartieri emarginati, non lavora. Dall’altra parte, vediamo cambiamenti non di poco conto. Innanzitutto, diversamente dal passato quando la povertà era concentrata fra i più anziani, la povertà colpisce oggi maggiormente le classi di età più giovani, che sono in piena età lavorativa. La tendenza è visibile con nettezza nel grafico 1 che raccoglie di dati di quanti hanno fatto richiesta di Bonus Alimentare da dicembre 2020 a giugno 2021.

Richieste di sussidio alimentare suddivise per fasce di età

La povertà assoluta coinvolge maggiormente le famiglie numerose e con figli minori: il 60% delle richieste di sussidio proviene da famiglie con tre e più figli.

La povertà ha oggi il volto di una donna, madre di famiglia, separata con figli a carico: coloro che hanno chiesto un sussidio alimentare subito dopo il lockdown, sono state il 54,4% contro il 50,5% del 2019, dati alla mano. In aumento, quindi. Tra i nuovi poveri crescono anche le famiglie, soprattutto italiane. 

In questo scenario già di per sé complesso, sono apparse poi quelle che vengono definite le “nuove povertà”.

«Sono una giovane madre, sola, con un bambino piccolo. Se non lavoro non mangio né io né lui (lavoro naturalmente a nero), ma se lavoro non mi posso occupare di mio figlio e gli orari del nido non mi consentono di conservare il posto di lavoro».

Questa una delle tante esperienze ascoltate in questi mesi, da cui emerge in tutta la sua drammaticità una povertà resa ancora più dolorosa dalla crisi della famiglia che oggi è sempre più incapace di coltivare relazioni e creare legami di reciproco sostegno. La donna incontrata sottolinea più volte il suo essere “sola” nonostante da qualche parte ci sia il padre del proprio figlio oltre alla sua famiglia di origine.

Sono più complesse da governare poiché, pur caratterizzandosi per la centralità dell’elemento economico, emergono come povertà a 360 gradi. Realtà all’interno delle quali lo stato di deprivazione è anche sociale, culturale, educativo, con tutto ciò che questo può comportare e comporta in termini di risposte istituzionali (Chiara Saraceno, 2021) e dove i confini tra le categorie sociali a rischio e le altre sono sfumati.

Questo apre il tema alla povertà educativa esplosa anche nei nostri territori con il lungo ricorso alla didattica a distanza. Bambini e ragazzi intrappolati in una povertà materiale crescente e dalla mancanza di opportunità.

Se i ragazzi non hanno tutti gli stessi strumenti necessari per partecipare adeguatamente ai momenti formativi, le diseguaglianze rischiano di aumentare a dismisura colpendo ancora una volta la parte più fragile della popolazione. Non parliamo di numeri, attenzione. Parliamo di storie, di vite dei nostri ragazzi e che ci riguardano molto da vicino. Dovremo quindi tutti interrogarci su come cercare di recuperare queste disuguaglianze in termini anche di apprendimento.

La mancanza di aspettative sociali implica che i fragili, gli emarginati siano sempre più invisibili agli occhi della società, un’invisibilità che non è solo geografica ma principalmente morale.

Per dirla con le ben note parole di John Kenneth Galbraith, «We ignore it because we share with all societies at all times the capacity for not seeing what we do not wish to see», ignoriamo la povertà perché condividiamo con la società la capacità di non vedere ciò che non vogliamo vedere quando invece avremo bisogno di camminare “insieme” per trovare la strada migliore.

Anna Spinelli

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