Francesco e la Storia. Dalla parte, sempre, degli ultimi

In “Life. La mia storia nella Storia”, edita da HarperCollins in collaborazione con il vaticanista di Mediaset Fabio Marchese Ragona, papa Francesco accoglie i segni comparsi nel corso della vita con la ritessitura di chi ne ha fatto umana, saggia esperienza.
(Foto Vatican Media/SIR)

Leggere i segni: gli scettici dicono spesso che ce ne ricordiamo con il senno del poi; dopo che i fatti sono avvenuti, tutto ci può sembrare segno anticipatore, profezia. E nel libro di Papa Francesco questo è messo in chiaro non da una premessa logico-razionale, ma dallo scorrere stesso dei ricordi e dei segnali di un Conclave che porterà nel 2013 alla sua elezione dopo le dimissioni di Benedetto XVI.

In “Life. La mia storia nella Storia”, la sua autobiografia edita da HarperCollins in collaborazione con il vaticanista di Mediaset Fabio Marchese Ragona, dal 19 marzo in libreria, accoglie i segni con la ritessitura di chi ne ha fatto umana, saggia esperienza.

Perché c’è qualcosa che i critici e gli storici non tengono in dovuto credito: la meraviglia.

Elemento che mette insieme passato e futuro, e che aiuta a capire l’accadere del presente, come quando in una pausa del conclave qualcuno gli chiede se è vero che non ha un polmone, e lui, sorpreso, spiega non è così: nel 1957 aveva subito l’asportazione del lobo superiore del polmone destro.

Perché tutta questa attenzione sul suo stato fisico? E perché l’arcivescovo emerito di Santiago del Cile gli chiede a bruciapelo se ha già preparato “il discorso”?

E poi la raccomandazione di Hummes, il cardinale brasiliano che al terzo, decisivo scrutinio iniziato gli dice “non dimenticarti dei poveri”. Ed ecco la decisione, per la prima volta nella storia della Chiesa, di assumere il nome del Poverello d’Assisi, che aveva spaventato tutti i suoi predecessori per l’assoluta rottura con il passato e la scelta di un presente privo delle remore antiche di benessere e comodità.

Da questa scelta di stare dalla parte degli ultimi, iniziano ad arrivare le stilettate, come quella di essere marxista – in una Argentina in cui semmai il peronismo di sinistra aveva sostituito i dogmatismi comunisti – cui Bergoglio risponde di essere semplicemente dalla parte di “tutta la gente povera e scartata”, come la sua stessa famiglia che proveniva dal Piemonte e che nel 1927 non trovò i soldi per partire con una nave che sarebbe affondata al largo del Brasile. Un altro segno?

L’italianità non è stata mai rimossa dalla famiglia e da quel ragazzo che andava al cinema a rivedere le sue radici attraverso il neorealismo di De Sica e soprattutto del Fellini di “La strada”, che “ha saputo puntare i riflettori sugli ultimi”.

Il dolore del travisamento, talvolta con malafede, proprio degli avversari “ideologici”, del suo rapporto con il Pontefice emerito, a fomentare auspici, più che illazioni, di malattie e patologie varie, su cui Francesco torna una volta per tutte: il ministero petrino è per tutta la vita e le dimissioni devono essere prese in considerazione solo “se subentrasse un grave impedimento fisico”, e in quel caso, scrive testualmente “ho già firmato all’inizio del pontificato la lettera con la rinuncia che è depositata in Segreteria di Stato”.

Se il Pontefice si pronuncia decisamente contro aborto e utero in affitto, se conferma l’apertura verso gli omosessuali, dimostra il coraggio di raccontare la sua storia d’amore, anzi, una vera e propria “sbandata” per una fanciulla, quando era già in seminario, “che per fortuna passò”, confermando di essere stato, anni prima, fidanzato con “una ragazza molto dolce” che poi si sposerà e avrà dei figli.

Alcune di queste parole sono già state pubblicate in interviste o discorsi precedenti, ma ora fanno parte integrale delle confessioni – anche “laiche” – di un successore di Pietro che, in caso di dimissioni per motivi gravi di salute, vorrebbe tornare a confessare e portare la comunione agli ammalati.

Dalla parte, sempre, degli ultimi.

Marco Testi

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