A cosa serve la gita scolastica?

Per la prima volta sono stati stanziati 50 milioni di euro per aumentare le possibilità degli studenti (con Isee fino a 15.000 euro) di fruire di un contributo di 150 euro per poter partecipare ai viaggi di istruzione.
Foto di StockSnap da Pixabay

Ma a cosa serve una gita scolastica?

Non è una domanda banale, né una domanda “costruita” a tavolino. Piuttosto si può stare certi che se la siano posti, da sempre, generazioni di insegnanti e di genitori. Forse non di studenti, per i quali l’ipotesi di una “gita scolastica” ha quasi immediatamente un significato chiaro: evasione, scoperta, divertimento. Si possono aggiungere elementi che naturalmente cambiano a seconda delle età degli studenti considerati, ma non cambia il risultato finale: una gita scolastica per chi si trova dietro i banchi è un’occasione da non perdere.

Due altre prospettive si possono associare al modo di vedere la “gita” da parte degli studenti: imbarazzo e solidarietà. In particolare nella secondaria, dove per le età delle ragazze e dei ragazzi coinvolti alcune tematiche emergono maggiormente, non è raro che si presentino problemi legati alle possibilità economiche – talvolta molto differenti all’interno dello stesso gruppo classe – e di conseguenza alla possibilità di sentirsi magari in difficoltà nel non poter partecipare al viaggio di istruzione – questo il vero nome della gita scolastica – per via dei costi da sostenere da parte di alcuni studenti/famiglie.

E nello stesso tempo talvolta proprio questo argomento diventa occasione di maggiore unità tra compagni e compagne, motivo di crescita e di conquista di maturità, nel segno della coesione e dell’aiuto reciproco.

Non è automatico, ma non di rado si verificano situazioni in cui scatta l’aiuto e il sostegno del gruppo, magari abilmente guidato da un corpo docente illuminato, e questo meccanismo è capace di cementare rapporti, favorire crescita di consapevolezza e responsabilità, motivare partecipazione.

E non siamo ancora partiti da scuola.

Le riflessioni fatte orientano già ad una considerazione positiva della “gita”, che pure non nasconde la possibilità che essa diventi solo momento di evasione se non di trasgressione vera e propria, di rottura degli schemi, delle regole, sostenuta dal cambio di ambiente e da meccanismi di cameratismo purtroppo ben noti anche alle cronache. Talvolta addirittura con esiti tragici.

Esiti che spesso hanno fatto sollevare polemiche e prese di posizione contrarie ai viaggi di istruzione. Viaggi che hanno anche accusato il durissimo colpo del periodo del Covid e che necessitano di reinventarsi.

Eppure, resta l’importanza dell’occasione. E ben venga la nuova direttiva del Ministero, che – spiega Viale Trastevere – vuole “promuovere la partecipazione più ampia degli studenti e delle studentesse ai viaggi di istruzione e alle visite didattiche”, confermando l’impegno “per garantire la piena fruizione del diritto allo studio e il sostegno alle famiglie, assicurando che ogni studente, indipendentemente dalla condizione economica, abbia l’opportunità di partecipare a viaggi d’istruzione e a visite didattiche”.

Per la prima volta sono stati stanziati 50 milioni per aumentare le possibilità degli studenti (con Isee fino a 15.000 euro) di fruire di un contributo di 150 euro per poter partecipare ai viaggi di istruzione che, spiega il ministro, “rappresentano un momento importante per declinare le conoscenze in contesti extra scolastici coniugandole con le competenze relazionali”.

L’obiettivo della nuova direttiva? Promuovere un sistema educativo sempre più inclusivo, sottolinea Valditara. E magari aiutare a rispondere alla domanda posta all’inizio di queste righe.

Alberto Campoleoni

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