Orientamenti Pastorali: ripartire

La parole scelta dal Vescovo Giuseppe per il nuovo Anno Pastorale è ripartire.

Il vescovo Giuseppe ha consegnato alla Chiesa diocesana gli orientamenti per l’anno pastorale 2021-2022 e annunciato l’istituzione di una scuola di formazione permanete.

Anche quest’anno il vescovo Giuseppe ha consegnato alla Chiesa diocesana gli orientamenti per l’anno 2021-2022, undici brevi indicazioni a partire dalle quali ogni comunità parrocchiale può costruire il proprio programma pastorale.

Il brano biblico scelto per il documento, dal titolo “Passi sinodali. Orientamenti e prospettive per l’anno pastorale 2021/2022”, è Atti 8,26. 

«La Chiesa è sempre mandata – scrive mons. Giudice –. Un angelo parla a Filippo, l’apostolo, la Chiesa: Alzati e va verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta.

La Chiesa è sempre chiamata a risorgere e a camminare. Ripartire non vuol dire riprendere il filo da dove lo abbiamo lasciato ma si configura come un rinascere». 

Il brano biblico aggiunge un dettaglio: Ma ora la strada è deserta. «È l’immagine eloquente di questo nostro tempo di deserto e continua desertificazione, a tutti i livelli» aggiunge il pastore. Gerusalemme e Gerico sono due città che si confondono e si confrontano, perché la Chiesa è nel mondo ma non è del mondo (cfr Gv 17).

Da dove si riparte? «Da Gerusalemme, ci rimettiamo in cammino a partire dalla Domenica, Pasqua settimanale. La conversione pastorale oggi ci chiede di riscoprire la Domenica e con essa l’Eucaristia».

I punti

Mons. Giudice, nel primo punto, parte dalla pastorale e dalla fatica immane dei sacerdoti per guidare i fedeli alla vita cristiana e all’accesso ai sacramenti. «Quanto tempo ed energia impieghiamo e, man mano che si raggiunge il culmen, la meta, rimaniamo sempre più pochi, soli e vuoti». In particolare dopo il terremoto pandemico che ha svuotato le nostre chiese. 

Ecco che il Vescovo ritorna su un tema su cui insiste da molto tempo: «Ripartiamo dalla Domenica durante la quale possiamo sperimentare la presenza del Risorto e una ministerialità diffusa. È la prima indicazione concreta e fortemente motivata dal punto di vista teologico e spirituale.

Per rimetterci in cammino e raggiungere Gaza dobbiamo liberarci dai pesi, dalle zavorre, dal di più che appesantisce il cammino. Sulla strada ecco un eunuco, etiope, funzionario. Un uomo che possiede tutto, ma è tanto fragile perché incapace di generare. Sta leggendo il Profeta Isaia e Filippo, mandato dallo Spirito, lo raggiunge.

Sta andando a Gerusalemme per il culto, ma l’annuncio lo raggiunge lungo la via, per strada. «La strada è sempre il luogo dell’incontro, degli incontri, positivi o negativi. Anche Gesù si è definito strada: Io sono la via (Gv 14,6)».

In questa parte del brano degli Atti c’è un dialogo molto bello. «Capisci quello che stai leggendo?» domanda Filippo. La Chiesa, prima di dare risposte e per poter rispondere, deve domandare, deve chiedere, deve intercettare le domande dei viandanti.

«E come lo potrei se nessuno mi istruisce?» è la bellissima risposta dell’eunuco. Ogni uomo, se vuole camminare nella fede, ha bisogno di un mistagogo.

«Per la nostra istruzione, catechesi, formazione, mistagogia più che preoccuparci degli spazi dobbiamo pensare a coloro che istruiscono. E devono farlo lungo la via, dopo aver partecipato alla Cena nel cenacolo di Gerusalemme». Bisogna recuperare la diaconia della strada.  

Il brano prosegue: E invitò Filippo a salire e a sedersi accanto a lui.

Filippo è invitato; la Chiesa si propone e non si impone; l’istruttore è umile e non saccente; umile operaio nella vigna del Signore (Benedetto XVI).

«Il passo della scrittura presenta il Servo sofferente. È singolare che, lungo la strada, il contenuto dell’annuncio è il mistero della sofferenza. Abbiamo sperimentato durante il Covid-19 la nostra impotenza dinanzi alla sofferenza e alla morte. Ci siamo trovati impreparati, con parole insipide, mentre la gente attendeva da noi una parola sapida, saporosa e sapiente, condita di Vangelo».

Dove si nasce, si soffre e si muore la Chiesa non può essere assente. E non sottovalutiamo, invita il Vescovo, la pandemia interiore, dell’anima, non congeliamo i danni interiori, i cui sintomi non sempre sono immediati dopo una tragedia. 

La Domenica ci rimette in strada

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Mt 26,30); per questo motivo le aule di catechismo non bastano più. È necessario abbeverarsi ad altre fonti. La rivista diocesana, il teatro, il cinema, il museo, gli archivi, le biblioteche, i luoghi della cultura, la scuola, l’ospedale, i luoghi dello sport, il mondo della comunicazione, i bar, le spiagge, i siti dell’arte possono diventare i carri sui quali possiamo salire per aprire la mente all’intelligenza delle Scritture (cfr Lc 24,45) e contagiare il senso e il bisogno della Domenica.

Ecco qui c’è acqua: che cosa mi impedisce di essere battezzato? chiede l’eunuco.

«Ecco qui c’è acqua, pane, olio, sale, vino, in poche parole ci sono i segni di Gesù; ed ecco che i sacramenti vengono recuperati lungo la strada. Il carro si ferma, Filippo e l’eunuco scendono e si celebra il sacramento (cfr At 8,38). Immersi nella fede della Chiesa siamo chiamati a rileggere con più attenzione il libro della Parola, il libro della Creazione e il libro del Fratello».

Filippo se ne va rapito dallo Spirito del Signore, perché deve annunciare in un’altra città: evangelizzava tutte le città che attraversava. L’eunuco non lo vide più e proseguì pieno di gioia il suo cammino. I sacramenti si celebrano non per tenere la gente con noi, quasi per fare gruppi autoreferenziali, ma per poter continuare il cammino con gioia.

Questa pagina degli atti, scrive il Vescovo all’ultimo punto, può aiutarci a ri-partire. «La Chiesa di Nocera Inferiore-Sarno si vuole porre sulla strada che da Gerusalemme scende a Gaza in una Scuola di Formazione Permanente, di cui daremo i tempi, le modalità e i contenuti».

Piste aperte per ripartire dalla Domenica, dalla Parola, dai Sacramenti, cioè dal primato di Dio nella nostra vita ma con uno stile nuovo e rinnovato. «Bisogna andare per le strade, cioè nei luoghi di vita, e salire sui carri dove incontriamo l’uomo questuante, specialmente sui carri che pensiamo non adatti o non consoni alla nostra idea di sacralità. È questo lo stile sinodale – strada percorsa insieme – a cui ci sprona il Santo Padre». Il cammino sinodale, che è uno stile, ci richiama sempre alla pedagogia di Emmaus, pagina evangelica alla quale fa bene sempre ritornare.

Conclusione

In questo nuovo anno pastorale che si dipana davanti a noi siamo invitati a riscoprire la semplicità dei fanciulli che – per citare Leopardi – “trovano il tutto nel nulla, mentre gli uomini il nulla nel tutto”.

Questo tempo ci chiede di cambiare non il Vangelo, non i Sacramenti, non la Chiesa ma – come in ogni epoca di transizione – di cambiare il nostro cuore, convertirci e rimetterci in cammino come testimoni del Risorto, con un cuore nuovo che arde lungo la strada (cfr Lc 24,32).

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