Dieci anni in compagnia del Vescovo Giuseppe

Il 4 giugno 2011 mons. Giuseppe Giudice faceva il solenne ingresso nella Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno. Mons. Carmine Citarella rilegge i primi 10 anni di episcopato attraverso le tre parole che papa Francesco ha consegnato alla Chiesa al termine del Giubileo straordinario della Misericordia: Parola, Pane e Poveri
Il Vescovo durante la celebrazione del 13 maggio 2021 (foto Salvatore Alfano)

Ho accettato l’invito a compilare questa descrizione non senza qualche riserva. Anzitutto per il forte imbarazzo: nelle varie commemorazioni si rischia di parlare sempre e comunque bene, senza obiettività e senso critico: dei morti per giustizia, perché non possono difendersi; dei vivi per convenienza, perché se ne teme la reazione o se ne vuole captare la benevolenza. E poi perché devo da subito confessare di non averne tutta la necessaria competenza, non trovandomi più in quello stesso punto privilegiato di osservazione che mi fornivano le mansioni un tempo da me svolte al servizio della Diocesi.

Tuttavia è pur vero che tutti noi presbiteri siamo sempre (e dobbiamo essere!), ciascuno per la sua parte, attenti corresponsabili col Vescovo nella vita e nella missione della nostra Chiesa particolare; inoltre è dovere costante di tutti i membri della comunità diocesana, ciascuno secondo le proprie possibilità, riflettere sulla situazione del nostro Agro ed eventualmente fornire nelle sedi opportune il proprio spassionato e costruttivo contributo al futuro della corsa del Vangelo tra noi.

Perciò, muovendomi piuttosto sul piano della testimonianza personale, tenterò una sintesi di questi primi dieci anni di episcopato del nostro Pastore, raccogliendo le tantissime cose da ricordare e da raccontare intorno a tre parole-chiave che rappresentano le consegne pastorali affidate alla Chiesa dal nostro Santo Padre Francesco al termine del Giubileo straordinario della Misericordia e che il nostro Vescovo sta fedelmente seguendo, e cioè: Parola, Pane, Poveri.

Foto al termine della celebrazione per il X anniversario di consacrazione episcopale (foto Salvatore Alfano)

Parola

La Parola innanzitutto. Il ministero stesso di Gesù è fondato su di essa: Egli è la Parola che ci rivela l’amore del Padre e ci comunica il Suo disegno di salvezza. Ogni Vescovo è dispensatore della Parola di verità, ma il nostro Pastore è stato ed è particolarmente sensibile a questo aspetto del suo apostolato: partendo dal suo bagaglio culturale che gli fa avere la poesia quasi come una seconda natura, la parola umana che deve veicolare quella del Signore diventa nei suoi interventi scritti e orali come pasta lievitata da cui un esperto fornaio trae forme diverse di pane adatte ai palati più diversi.

Escono puntualmente per il Natale lettere pastorali per piccoli, adolescenti, giovani; messaggi alla Diocesi per la santa Pasqua; gli ormai tradizionali “Discorsi alla Città” che aprono ogni anno il novenario del patrono san Prisco, quali forti e profondi richiami a vivere il Vangelo hic et nunc, materia di riflessione e di azione per tutti, a cominciare dai fedeli che rivestono gravi responsabilità istituzionali. Fatto inedito rispetto ai suoi predecessori, ha ripreso a svolgere, specialmente in Quaresima, l’antico compito, proprio del Vescovo, di catecheta e mistagogo, incontrando i gruppi di ragazzi che nelle varie parrocchie si preparano alla prima Comunione e i giovani in procinto di ricevere la Cresima; è tutta sua poi l’iniziativa di tenere in Cattedrale corsi di esercizi spirituali aperti a tutti i fedeli laici, con interventi che quindi richiedono una particolare cura della semplicità di espressione e della chiarezza di esposizione.

Primo incontro con i giovani di Nocera Inferiore-Sarno, 2 giugno 2011

Si sta battendo per far compiere alla Diocesi un ulteriore passo in avanti nel cammino della catechesi: così stiamo passando gradualmente dalla catechesi finalizzata semplicemente alla ricezione dei Sacramenti (episcopato Nuzzi), alla catechesi come bagaglio culturale per attrezzare il fedele a condurre la sua vita in Cristo (episcopato Illiano), alla catechesi che deve accompagnare continuamente ogni fedele in ogni aspetto del suo quotidiano (lavoro, scuola, famiglia, società, ecc.) ad accogliere il dono della vita divina. Si tratta quindi di abbandonare definitivamente un’impostazione meramente scolastica (catechesi = catechismo!) e abbracciarne una più esperienziale. Dico: “si sta battendo”, perché le resistenze sono sotto gli occhi di tutti: genitori ancora preoccupati della cornice organizzativa dei festini per i Sacramenti e parroci ancora timorosi (come me!) di perdere via via fette di comunità dalla vita parrocchiale, e celebrare i Sacramenti più come liturgie di commiato che come tappe di crescita spirituale.

A questo punto è appena il caso di ricordare le lectio divine tenute personalmente dal Vescovo, la speciale attenzione alle Giornate della Parola volute dal Papa. Come per il Signore nei riguardi di tutti noi, anche per il nostro Vescovo la Parola rivolta con generosità e fedeltà è segno di premurosa attenzione e carità pastorale: l’esperienza dell’attuale pandemia con i continui messaggi alla Diocesi e la trasmissione in diretta delle celebrazioni pasquali durante il lockdown è la punta d’iceberg di un diuturno e appassionato lavoro di comunicazione, prima e fondamentale forma di comunione. E andrei ben oltre lo spazio di questo articolo, se volessi raccontare dell’impegno immane per la cura dei seminaristi mediante rapporti personali anche grazie ai nuovi mezzi tecnologici (un feed back impensabile ai tempi del mio seminario!); l’impegno per la formazione permanente di preti e laici (corsi, conferenze, viaggi di istruzione e pellegrinaggi all’estero, ecc.), e poi le “soste” ecclesiali, più brevi e frequenti dei convegni di una volta, per accompagnare il cammino pastorale delle comunità. Si tratta di tante iniziative, offerte a volte anche con la partecipazione economica della Diocesi, ma a volte purtroppo più subite con pigrizia e insofferenza che accolte con soddisfazione come opportunità di crescita personale ed ecclesiale. Intanto “è necessario parlare, parlare sempre, al popolo per promuoverlo!”, diceva don Primo Mazzolari: forse il divino Seminatore si va scegliendo i terreni più adatti per la Sua opera? E se ogni predicatore facesse così, la sua scarsa generosità non rifletterebbe forse l’annuncio di se stesso a scapito del Vangelo? Sarà il tempo a giudicare e lo Spirito a far fruttificare!

Pane

Spesso sulla bocca del Vescovo ricorrono le espressioni “profezia” e “pastorale profetica”: cosa può voler dire con questo linguaggio? Semplicemente che non basta dire e ripetere il Vangelo, non giova a molto lasciare così come stanno tutte le istituzioni, le iniziative, le abitudini del passato! Nel mondo biblico il profeta non è solo chi pre-dice il futuro (pro = prima), o parla in vece di Dio (pro = al posto di) o rivela le realtà nascoste sotto dei segni (pro = davanti), ma anche – significato un po’ più in ombra – colui che prepara e compie in anticipo il suo stesso annuncio.

Nella Bibbia l’unico termine dabar sta a indicare sia “parola” che “azione”. Ecco il Sacramento! La “Parola” deve farsi “Pane”, cioè vita offerta, sacrificata, spezzata, condivisa, per sprigionare tutte le energie spirituali di rinnovamento della vita, cioè partecipazione alla vita stessa di Dio che proprio a tal fine si è incarnato in Gesù. Ecco allora i “cavalli di battaglia” del vescovo Giuseppe: la centralità dell’Eucaristia nella vita di una comunità (parrocchiale, religiosa, familiare) e in tutti i sensi possibili, come preparazione, frequenza, orari, celebrazione, partecipazione (“meno messe e più Messa!”); ecco la centralità della Domenica, come contrassegno cristiano del singolo e della comunità (liberiamo il giorno del Signore e della Chiesa da ogni “distrazione”: giornate varie, funerali, processioni, prefestive per i fanciulli, ecc.); ecco il ritorno delle feste patronali dall’alveo del devozionismo, che può sfociare in una religiosità commerciale e contrattualistica, a quello originario della liturgia e del mistero pasquale di Cristo morto e risorto che aiuta a scoprire nella vita dei Santi il dono dello Spirito.

Ecco allora (prima della pandemia e, possibilmente, qualche volta anche durante!) le più frequenti convocazioni diocesane intorno all’altare: liturgie preparate, curate e vissute come “scuola cattedrale” per l’“ars” celebrandi. Ecco infine le “Norme Pastorali”, tra i primi atti del suo episcopato, per la celebrazione dei Sacramenti e delle feste patronali; l’attenzione alle iniziative (ad esempio le 24 ore per il Signore) atte a promuovere la partecipazione al Sacramento della Confessione.
Insomma se la Parola, oltre ad essere annunciata non viene accolta nella celebrazione per nutrire la vita e diventare missione nei nostri ambienti di vita quotidiana, è come il seme che non muore, e rimane semplicemente solo!

Poveri


Già il convegno di Verona aveva sollevato nella pastorale italiana il velo sulle fragilità sempre più preoccupanti della nostra società, che invitano la Chiesa a un serio esame di coscienza. La cura dei poveri è parte integrante dall’originario ministero apostolico perché la prima elementare forma di evangelizzazione era (ed è) l’irradiazione: una comunità che viveva come un’unica grande famiglia, “un cuor solo e un’anima sola” (At 4, 32), dove tutti testimoniavano nella carità fraterna e nel servizio reciproco l’avvento del Regno inaugurato dalla Pasqua, godeva il favore di tanti e faceva aggiungere ogni giorno nuovi credenti alla Chiesa (cf At 2, 42-47). Il nostro vescovo Giuseppe predica instancabilmente che Gesù Cristo con la parola e i segni ha rivelato al mondo che Dio è Padre ed ha cura di tutti gli uomini, suoi figli, destinando a tutti i beni e le risorse del creato e godendo della solidarietà reciproca: il “Padre nostro” ci dà il “Pane nostro” a cui tutti abbiamo diritto! E il credente questo lo sa, lo vive e si impegna affinché il “sogno” di Dio si realizzi nella storia.

Ma il Vescovo non si limita a dirlo! Forse anche a partire dal mondo separato e segreto delle sue personali esperienze di sofferenza, si è mostrato sensibilissimo verso questo aspetto della vita pastorale: il primo bacio alla nostra terra lo volle dare sul suolo dell’Ospedale di Nocera! Ma poi a 360 gradi si è industriato per leggere le povertà del territorio e trovare delle risposte ad esse. Segni di questa attenzione alle varie forme di fragilità sono state le celebrazioni “per i figli in cielo”; le convocazioni delle coppie che vivono in situazioni irregolari; il potenziamento dell’area pastorale della Curia preposta a questi ambiti con il centro diocesano di ascolto Caritas; gli interventi in case religiose e strutture fatiscenti; la fondazione di Casa Betania, come centro di prima accoglienza per i poveri, dell’emporio della carità e di cooperative di servizi; la cura pastorale dei disabili; i numerosi pellegrinaggi con gli ammalati; l’interessamento personale a singoli casi clinici particolarmente gravi; la continuazione dell’iniziativa del vescovo Gioacchino di visitare periodicamente i detenuti della nostra Diocesi e recare loro ogni possibile conforto.

I passi della Visita

E la lettura e lo studio del territorio continuano fino ad oggi: come Maria studiava i suoi passi verso la casa di Elisabetta (cf Lc 1, 39), il vescovo Giuseppe nella visita pastorale (che per certi aspetti rimane ancora aperta!) ha voluto rendersi conto di dove e come vive il popolo di Dio pellegrino nell’Agro: in quali case abita, come viene istruito, curato, protetto, come lavora e come viene sostenuto economicamente. Facendosi lui stesso povero, bisognoso di ospitalità con l’espressione di Gesù a Zaccheo “Oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19, 5), è venuto a stare di più tra noi per conoscerci meglio, perché dalla conoscenza scaturisce l’amore.

E in questo cammino, che solo nella mia umile descrizione è di tre “passi” (Parola, Pane, Poveri), lui sta maturando nel suo ministero (perché nessuno nasce vescovo!) e noi stiamo crescendo con lui in una reciproca compagnia. Già dopo un anno di ministero tra noi dovette ricredersi dei tanti pregiudizi iniziali istillati da quanti, dentro o fuori la nostra Diocesi, la sottostimano, riconoscendo sulle pagine di Insieme, di aver trovato molte risorse e non solo problemi. Ma in questi dieci anni di “com-pagnia”, cioè di condivisione del Pane della Parola, del Pane eucaristico e del Pane della quotidiana esperienza della vita, con gioie e speranze, tristezze e angosce, ha avuto la possibilità di farsi capire di più e di capirci di più, e di modificare il suo modo di porsi, come del resto anche noi il nostro. Come l’acqua di un fiume scorrendo a volte più, a volte meno impetuosa sui ciottoli depositati nel suo letto, li rende lisci e arrotondati, così gli eventi di questi anni scorrendo su (e dentro!) di noi hanno smussato le tante asperità di tutti e, come spero e mi auguro, ci hanno reso più saggi ed esperti.

Ormai il nostro Vescovo lo vediamo “guarito” da quegli aspetti del carattere o almeno dell’immagine che agli inizi potevano recare disagio: ad esempio, una certa timidezza davanti alle folle che poteva essere scambiata per alterigia; oppure una “sindrome di immediata riuscita”, cioè quella specie di ansia latente e non totalmente conscia, che prende un po’ tutti al nostro primo incarico, di apparire già da subito all’altezza della situazione e che nasconde il nostro sentirci piccoli piccoli di fronte ad una missione di così notevole responsabilità; oppure certi modi di fare sbrigativi, un po’ autoritari, a volte poco attenti all’altro, o il susseguirsi destabilizzante di ordini e contrordini per il cambiamento repentino di decisioni frettolose.

Ad ogni modo tale compagnia a volte serena, a volte sofferta, in questi giorni ci fa guardare indietro ed esclamare con stupore: già 10 anni? E così tanto lavoro insieme? E ci fa applicare al Vicario di Cristo nella nostra Diocesi la preghiera del Venerdì Santo: “custodisci con la tua bontà, Signore, il Vescovo che tu hai scelto per noi!”. Sì, lo ha scelto il Signore! E ce lo ha mandato!

Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa, e con essa vanno avanti tutti coloro che amano sinceramente questa Diocesi, questo territorio, questo popolo di Dio qui pellegrino, se pure con difficoltà quotidiane, incomprensioni o addirittura scontri con lui. Nella fede, dunque, ringraziamo il Signore per lui e ci impegniamo a capirlo e a seguirlo di più. Tutto il resto è inutile, insensato e dannoso gossip!

Mons. Carmine Citarella

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