Un disagio che cresce

C’è una forte e crescente richiesta di interventi emergenziali – soprattutto dopo gli anni critici della pandemia – che il Servizio sanitario nazionale non riesce a soddisfare.

In Italia quasi 2 milioni di bambini e adolescenti sono colpiti da disturbi neuropsichici dell’età evolutiva. Le forme più diffuse si manifestano con crisi di ansia e depressione, autolesionismo, disturbi del comportamento alimentare. Si tratta di patologie che hanno un esordio precoce, in moltissimi casi prima dei quattordici anni, e che spesso non vengono diagnosticate in maniera tempestiva.

Negli ultimi anni l’esperienza della pandemia da un lato sembra aver evidenziato e acuito fragilità spesso occultate dallo stigma sociale, dall’altro però ha “scoperchiato” un “vaso di Pandora”: ci si è sentiti legittimati a chiedere aiuto e a condividere le proprie difficoltà in una situazione oggettivamente complessa per tutti.

Anche gli strumenti di prevenzione sono cresciuti, spesso veicolati anche dai social media. I giovani hanno avuto modo di confrontarsi con più disinvoltura con il proprio stato di salute mentale e di esporre il proprio disagio senza più sentire il bisogno di nasconderlo.

C’è una forte e crescente richiesta di interventi emergenziali – soprattutto dopo gli anni critici della pandemia – che il Servizio sanitario nazionale non riesce a soddisfare: sono pochi i neuropsichiatri infantili, mancano posti letto e anche psicologi. Soprattutto scarseggiano le strutture di accoglienza semiresidenziali, i centri diurni, gli interventi a domicilio.

Proprio alla realtà delle comunità terapeutiche di recupero di giovani e adolescenti è dedicato il docu-film “Kripton” del regista Francesco Munzi, da qualche giorno nelle sale cinematografiche.

Nella pellicola la lente di ingrandimento della macchina da presa ci introduce all’interno di sei storie di ragazzi che cercano di curare il proprio disagio all’interno di strutture residenziali insieme ad altri coetanei.

La narrazione del documentario si sviluppa in circa cento giorni di convivenza e permanenza all’interno delle comunità, molte sequenze sono dedicate all’ascolto e alla costruzione di un dialogo con questi giovani pazienti. Dopo il tempo della comprensione, si percepisce l’avvio della trasformazione e della condivisione che coinvolge i singoli pazienti, ma anche il personale sanitario e i loro familiari.

Un tempo doloroso, difficile, fatto di scontri e di confronti che offre però delle vie di uscite alla sofferenza.

Le storie raccontate nel docu-film mostrano come in molti casi il disagio sia legato a eventi traumatici che hanno “dissestato” la famiglia, o a relazioni indurite dalla solitudine e peggio ancora dall’isolamento. Il disagio dei giovani alla fine mostra di essere il “sintomo” di una ben più ampia disfunzionalità familiare e sociale. Qualcosa che, in un Paese attento e sensibile nei confronti delle proprie fragilità, dovrebbe poter divenire oggetto di prevenzione e rapido recupero.

Purtroppo anche l’indagine di Munzi mostra che i servizi offerti dalla sanità pubblica non riescono a rispondere pienamente alle effettive esigenze di questi giovani e soprattutto delle loro famiglie. Completamente assente appare anche la scuola, che questi ragazzi abbandonano precocemente. Oltre alla patologia e alle criticità legate al disagio, ciò che emerge è una preoccupante mancanza di fiducia e di prospettive. Accanto alle strutture terapeutiche dovrebbero infatti svilupparsi progettualità di restituzione sociale che non sempre riescono a essere avviate e anche azioni di recupero scolastiche per le quali però le risorse a disposizione non sembrano essere sufficienti.

Tra i punti di forza del nostro Paese vi è certamente la presenza di una straordinaria rete di risorse civiche – associazioni, organizzazioni di professionisti, volontari, gruppi di autoaiuto – che nei territori prendono per mano i bambini e gli adolescenti e li accompagnano in percorsi di guarigione e riabilitazione, o anche solo di sostegno.

Tra queste ricordiamo il supporto psicologico gratuito della Croce Rossa Italiana, o l’attività della Fondazione Soleterre presente in tutte le regioni italiane. Più recente è il progetto Attiva-Mente, che a Milano coinvolge ragazzi, ragazze, famiglie e una rete di scuole in partnership con l’associazione Contatto e l’Università Bicocca e in collaborazione con la neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza e il Centro psicosociale giovani dell’ospedale Niguarda.

Silvia Rossetti

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