«Se non avessi avuto un lavoro non avrei mai denunciato»

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: «Se non avessi avuto un lavoro non avrei mai denunciato», la storia di Imma, vittima di violenza familiare per 17 anni. Un percorso difficile alle spalle, il suicidio di un figlio, l’impegno per le donne e l’invito a studiare: «Grazie allo scudo culturale posso affermare che quanto accaduto non è colpa mia».
Foto Fondazione con il Sud/Sir

In diciassette anni di matrimonio non ricorda un periodo felice. Le uniche pause erano legate al rapporto con i figli: «Con il tempo ho capito il perché: lui si riscopriva bambino, non esprimeva l’amorevolezza di un padre».

È la seconda volta che ascolto la testimonianza di Imma. La prima fu ad un convegno. Parla di riscatto femminile. Riesce a farlo nonostante venti anni di abusi matrimoniali e una esperienza pregressa tutt’altro che semplice: un padre padrone e una mamma con problemi mentali. 

Ogni parola è un colpo al cuore. Ogni frase mi fa ripetere: «Perché tutto questo». Poche parole per racchiudere un calvario di violenze, fisiche e psicologiche, compiute da un uomo che non l’ha mai amata. 

Quando si conobbero lui sapeva già il fatto suo. Lei, invece, nonostante avesse 27 anni, non conosceva molto dell’amore, della vita adulta. Era cresciuta in un collegio femminile. Ci finì insieme alle sorelle perché il padre abusava di una di loro.

«Avevo studiato fino alla terza media, papà non volle che mi iscrivessi alle superiori. L’ho fatto da sola quando ho compiuto 18 anni. Prima l’alberghiero e poi l’Università. Non mi ero mai innamorata. Non pensavo all’amore. Quando a 27 anni incontrai il mio ex marito era la mia prima esperienza. Forse non ero capace di distinguere tra la bontà e la cattiveria».

Il lupo si presentò travestito da agnello: «Si mostrò sensibile, attento, empatico con il mio vissuto. Una recita». Con il senno di poi viene da dire: «Non solo credo ne fosse consapevole, ma scelse con cura la persona più fragile, più vulnerabile, più esposta e pronta a cadere dinanzi le sue attenzioni».

Un viaggio all’estero le fece capire che non era l’uomo giusto, «che potesse nascondermi qualcosa della sua vita e del suo carattere». Al rientro, però, cedette al corteggiamento. Dopo due mesi rimase incinta e dopo altri tre si sposarono. Appena un mese di matrimonio e il lupo scoprì il suo volto: «Ero al quinto mese di gravidanza. Si sveglia nel cuore della notte, mi mette la mano sul viso, mi spinge contro il cuscino e mi dice: “Fammi vedere come chiedi aiuto”. Una reazione dal nulla o scatenata dagli stupefacenti, che non sapevo assumesse. Sarà stata la forza della maternità, riuscii a liberarmi. Chiesi aiuto e lo cacciai di casa».

Il giorno dopo arrivarono le colombe, la mamma e la sorella dell’uomo. La signora era «una brava persona, all’antica, ingenua e credo non del tutto consapevole del figlio, se n’è accorta solo dopo». Imma raccontò l’episodio, ma si lasciò convincere e decise di riprovare. Nel frattempo, si laureò e cominciò la vita di docente precaria. Nacque il primo figlio e ne arrivò una seconda. Le violenze e le prevaricazioni continuarono. 

«Lui faceva leva sulla mia storia familiare. Mi minacciava che se l’avessi lasciato, considerate le vicende di mio padre, mi avrebbero tolto i figli. Non faceva questioni sul lavoro, sapeva che potevo contare su una autonomia economica».

Difficile pensare ad un periodo felice: «È stato un crescendo. Diciassette anni di violenze e abusi. Lui mirava all’autostima. Mi ripeteva: “Non vali niente”. Poi diceva che ero depressa come mia madre, che era ricoverata in una clinica. Gli unici periodi di serenità li ritrovo nel condividere la genitorialità. Ma ho capito fosse così perché lui si sentiva un fratello, più che il padre dei nostri figli».

La separazione arriva dopo quasi 20 anni: lei ha sempre creduto alle sue minacce, pensava «meglio averlo come amico e mai come nemico». Infatti, quando si sono lasciati le ritorsioni sono arrivate puntuali: «Mi ha fatto revenge porn, ha danneggiato l’auto e impedito di rientrare in casa». 

L’ultima denuncia è del 2019. Ne è scaturito un lungo procedimento giudiziario. La misura restrittiva è stata emessa solo ad ottobre 2023, «perché dopo averlo difeso per 20 anni la sua famiglia è stata costretta a segnalarlo per i comportamenti aggressivi».

Nemmeno il suicidio del primogenito, trovato impiccato nel 2021, a due anni dalla separazione e in piena pandemia Covid-19, ha fermato la sua furia: «Anzi, la tragedia l’ha acuita perché ha abusato di altre sostanze. Per un anno non ha nemmeno parlato con la seconda figlia: ci accusava fossimo la causa del suicidio. E ha iniziato con atti persecutori ancora più gravi. Otto mesi dopo la morte del mio primogenito siamo dovute andare in una casa protetta».

Una storia terribile da cui in molti non sarebbero usciti vivi. Ad accompagnarla in questo processo di rinascita, che ancora continua, è stata l’assistenza del centro antiviolenza Eirene di Torre Annunziata gestito dalla cooperativa Proodos: «Solo con questo supporto sono stata capace di non tornare mai più sui miei passi».

È proprio questa salvezza conquistata che l’ha spinta a parlare. «La mia speranza è che non accada più. Dopo il suicidio di mio figlio lo reputo ancora più urgente perché bisogna fare di più per loro. L’attenzione è posta sulle donne, ma loro sono vittime indirette della violenza di genere». 

E l’importanza dell’autonomia: «Il lavoro mi ha aiutata al 100 per cento, anche se le spese per crescere due figli sono state tante. Sono 10 anni che il mio ex non mi dà il mantenimento per i ragazzi. Se fossi stata disoccupata non avrei mai denunciato, non avrei mai lasciato».

A tutte le donne, specialmente alle più giovani, fa una raccomandazione: «Bisogna studiare non solo per un lavoro, ma anche per la cultura personale. La preparazione che hai alle spalle ti aiuta a non sentirti colpevole quando gli altri, anche gli amici, una collega o addirittura un sacerdote, ti giudicano per aver denunciato le prevaricazioni di una vita. Grazie a questo scudo culturale, oggi posso affermare che quanto accaduto non è colpa mia».

Questa storia è raccolta insieme ad altre nel libro “Amore senza lividi”, Edizioni San Gennaro. Non è spettacolarizzazione della sofferenza. È coraggio. «È importante denunciare e segnalare, anche se non è semplice. Tante donne mi hanno detto: “Uno schiaffo ci sta. Non significa che questa è violenza”. Queste frasi sono diventate 17 anni di sopportazione di soprusi e violenze. Non deve più essere così».

Salvatore D’Angelo

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