Solitudini nell’indifferenza

Il sentirsi soli è correlato a sentimenti di rabbia, risentimento, sensazioni di impotenza e di frustrazione
Foto di Manfred Antranias Zimmer da Pixabay

Nella società del digitale e delle connessioni l’esperienza della solitudine, intesa come isolamento sociale, che viene raccontata anche in questi giorni nei fatti di cronaca oppure viene incontrata sulle strade di casa.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità fino a qualche anno addietro considerava gli anziani come i prevalenti, se non unici, soggetti o vittime della solitudine.

In anni recenti la stessa Oms ha incominciato a prendere atto che la solitudine, frutto di precise scelte economiche e politiche, riguarda nel mondo anche tra il 5% e il 15% degli adolescenti con un balzo al 17,2% in Africa fronte del 5, 3% in Europa.

La commissione istituita dell’Oms afferma che tra i giovani africani la solitudine scaturisce dal vivere in contesti in cui la pace corre gravi rischi, la sicurezza è fragile, la disoccupazione è elevata, il futuro è incerto.

In questo quadro sono coinvolti anche molti giovani europei, compresi gli italiani: la solitudine è una malattia che colpisce chi è socialmente più vulnerabile.

Il fenomeno che ha coinvolto e coinvolge sempre più le nuove generazioni è emerso soprattutto negli anni del Covid 19 anche se esisteva negli anni precedenti. Oggi sono le guerre, le diseguaglianze, le prospettive mancanti a renderlo più complesso, ampio e resistente.

A livello internazionale continuano gli studi per approfondire l’impatto della solitudine sul benessere individuale e collettivo se soprattutto per offrire suggerimenti atti a contrastare un male provocato dallo sfilacciamento del tessuto sociale, dall’assenza e dalla fragilità delle relazioni, da un egoismo dai mille volti diversi.

Nel 2018 il governo inglese aveva istituito il “Ministero della solitudine” con l’esplicito obiettivo di rafforzare le relazioni sociali e le reti di supporto individuale per contrastare o contenere il fenomeno. Anche in Australia, Giappone Francia, Canada e Stati Uniti sono state adottate e si stanno adottando specifiche misure per affrontare il problema.

“È interessante e importante – commenta la sociologa Chiara Saraceno – che le esperienze che richiamano, le condizioni soggettive ed oggettive di isolamento sociale e il malessere che producono, comincino a essere definiti anche una questione di salute individuale e sociale”.

Oggi si può ben affermare che si tratta di una questione politica. Il sentirsi soli è correlato a sentimenti di rabbia, risentimento, sensazioni di impotenza e di frustrazione. Si configura come un rilevante problema sociale e politico la cui soluzione è possibile con l’ascolto di quei cittadini, giovani e anziani, che ne sono coinvolti.

La solitudine nelle sue molteplici espressioni attende risposte efficaci dalla politica ma sarebbe un’attesa vana se la cultura e la società non si risvegliassero anch’esse dal torpore dell’indifferenza.

Paolo Bustaffa

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