Gaudet Mater Ecclesia

Rileggere le pagine del Concilio Vaticano II, per capire il percorso compiuto e le fatiche affrontate, potrebbe aiutarci ad entrare nel dinamismo del Cammino sinodale, che è frutto di quella assise.

Gioisce la Santa Madre Chiesa… con questa parole, san Giovanni XXIII, mosso dallo Spirito inizia il Discorso nella solenne apertura del Concilio, 11 ottobre 1962, allora memoria della Maternità di Maria.

Sarebbe da rileggere – o leggere per la prima volta – per comprendere la portata storica e profetica del Concilio Vaticano II, le cui norme devono essere ancora attuate saggiamente (cfr beato Giovanni Paolo I). Ci potrebbe aiutare a comprendere come ha camminato la Chiesa, il percorso compiuto, le fatiche, le resistenze sempre attuali per entrare nel vero dinamismo del Cammino sinodale, che è frutto di quella assise.

«Il grande problema, posto davanti al mondo, dopo quasi due millenni, resta immutato. Il Cristo sempre splendente al centro della storia e della vita: gli uomini o sono con lui e con la Chiesa sua e allora godono della luce, della bontà, dell’ordine e della pace; oppure sono senza di lui, o contro di lui, e deliberatamente restano fuori della sua Chiesa, divengono motivo di confusione, causando asprezza di umani rapporti e persistenti pericoli di guerre fratricide…

(…) A Noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo».

Parole profetiche, di un’attualità sconvolgente, che ci aiutano a stare nelle pieghe della storia comprendendo il senso profondo della Chiesa. 

Ci chiediamo: per camminare insieme che cosa ha fatto la Chiesa e che cosa fa continuamente?

La risposta la colgo nelle parole di san Paolo VI, che concludendo il Concilio, nell’omelia del 7 dicembre 1965, esclama: «L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

Questo è, e vuole continuare ad esserlo, lo stile della Chiesa che cammina nella storia e si ferma, come il samaritano, ad asciugare le lacrime e a curare le ferite.

Questo compito ritorna ad essere urgente nel nostro Cammino sinodale, oggi.

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