Un appello alla responsabilità

Votare questo o quello, e persino lo stesso non votare, non sono atti irrilevanti, da compiere con leggerezza e superficialità.

A costo di risultare ripetitivi, non si può non continuare a chiedere ai partiti di esercitare fino in fondo il senso di responsabilità. È un impegno connaturato all’attività politica in sé, ma in certe fasi storiche – come quella che stiamo vivendo da almeno due anni – diventa un imperativo stringente e drammatico.

Responsabilità in senso etimologico, come consapevolezza di dover rispondere delle conseguenze dei propri atti e delle proprie scelte, con una prospettiva che non è quella del giorno dopo, ma del futuro da costruire insieme.

Ogni tornata elettorale richiama in maniera diretta questo dovere e ciò vale anche per questo 12 giugno di referendum sulla giustizia e di voto amministrativo.

Ma l’appuntamento con le urne mette in particolare evidenza, in una modalità specifica di espressione rispetto all’ordinario, la necessità che anche i cittadini diano prova personale e collettiva di senso di responsabilità.

Votare questo o quello, e persino lo stesso non votare, non sono atti irrilevanti, da compiere con leggerezza e superficialità, oppure facendosi strumentalizzare dalle sirene di una propaganda che sembra non concedersi soste.

Bisogna innanzitutto avere l’onestà intellettuale di riconoscere come tra la propaganda – termine antico che oggi si coniuga con i mezzi tecnologicamente più avanzati – e i comportamenti degli elettori si sviluppi talvolta un intreccio perverso.

Perché se è vero che i persuasori più o meno occulti possono condizionare pesantemente l’opinione pubblica, è anche vero che spesso i tasti su cui battono sono proprio quelli su cui l’opinione pubblica vuole essere sollecitata. È un circolo vizioso che gli elettori possono spezzare. Non solo quando sul tappeto ci sono grandi opzioni programmatiche e di governo, ma anche nella scelta degli amministratori locali, uscendo per esempio dalla logica delle clientele e dei favoritismi.

“Nei diversi contesti territoriali, nelle articolazioni della Repubblica, di fronte a sfide inedite e complesse, come quella dell’emergenza sanitaria e delle ripercussioni economiche e sociali delle crisi internazionali, gli amministratori locali e i pubblici funzionari sono chiamati a interpretare il proprio ruolo con accresciuto spirito di servizio e con l’obiettivo di offrire soluzioni tempestive ed efficaci”: nelle parole del capo dello Stato in uno degli interventi dello scorso 2 giugno c’è una pista di ragionamento che merita di essere percorsa nelle valutazioni di ciascuno.

Se la tornata amministrativa riguarda quasi un quinto degli elettori, la consultazione referendaria interessa potenzialmente l’intero corpo elettorale.

Seggi aperti su tutto il territorio nazionale, quindi, ma ancora una volta – accade ormai da più di vent’anni – la competizione reale non si gioca sul contenuto dei quesiti quanto sul raggiungimento del quorum previsto dalla Costituzione per la validità dei referendum abrogativi. Strumenti di democrazia diretta su cui dopo il voto – quale che sia l’esito – bisognerà comunque aprire una riflessione istituzionale seria e all’altezza dei tempi.

Stefano De Martis

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