Le testimonianze dei vincitori In Un Altro Mondo 2018

Parlano le protagoniste della scorsa edizione. Le 4 ragazze volontarie “inviate speciali” hanno condiviso con noi, attraverso racconti ed immagini, il mese trascorso nelle quattro opere firmate “8xmille” in Giordania, Madagascar, Brasile e Palestina. Un mese che apparentemente si è concluso ma che ha lasciato un carico di emozioni ed esperienze che rimarrà per sempre nei loro cuori.

 

Ecco in breve i loro stati d’animo al rientro in Italia.

Chiara (Giordania)

Qualche secondo per sistemare le cuffiette che, si sa, quando ti servono sono sempre attorcigliate; le infilo alle orecchie, schiaccio il tasto “Play” sulla lista di canzoni arabe che ascoltavo in Giordania. Con lo sguardo su ciò che mi circonda, la mia mente ripercorre i momenti del mese appena passato. Rivedo le lunghe distese di terra interrotte da qualche casa bianca, mi perdo nel ricordo degli occhi più espressivi e profondi che abbia mai visto, sorrido ripensando alle conversazioni con i bambini che si ostinavano a parlarmi in arabo nonostante gli rispondessi per disperazione in italiano, sorprendendoci entrambi di come la chiacchierata, nonostante tutto, continuasse.
Non è stato difficile riabituarsi alle comodità di casa, difficile è fare i conti con le domande che, dopo questa esperienza, mi sorgono ogni giorno e alle quali non so dare risposta.
Si interrompe la canzone, ma non il flusso di pensieri; sono tornata da poco più di una settimana, eppure mi domando ancora dove io sia realmente.

Elena (Madagascar)

Un mese fa sono partita per il Madagascar, un mondo inizialmente sconosciuto, ma che giorno dopo giorno si è fatto conoscere lasciandomi un’impronta sempre più grande nel cuore. Sono stata catapultata in questo luogo e quello che dovevo fare era mostrare quello che i miei occhi vedevano, dovevo forse riuscire a far toccare quello che la mia pelle sfiorava, e far provare quello che la mia anima non si sarebbe mai aspettata di provare.
Quello che fin da subito ho capito, è che sarebbe stato un fallimento. Certe cose sono così difficili da spiegare. In che modo raccontare com’erano piccole ma già forti le manine di quei bambini che vivono in completa povertà? Come fotografare quel cielo illuminato da miliardi di stelle danzanti? Come farvi percepire l’amore che scoppia di fronte ad un bambino così piccolo, che si trova in orfanotrofio e ancora non sa il perché, ancora non sa che ne sarà della sua vita? Come farvi godere di quegli animi giovani ma pieni di speranza, vogliosi di cambiare il mondo? Come farvi mandare giù lacrime che vorrebbero scoppiare di fronte a storie di giovani cuori che hanno vissuto già enormi difficoltà? Come farvi toccare quella terra così rossa? Come farvi sentire la rabbia nel vedere tutta quella gente che vive per le strade, e tu non puoi fare niente di fronte a questa ingiustizia così comune in questo paese?
Come fare? Certe cose si possono solo vivere. Io, nel mio piccolo, spero di aver trasmesso l’uragano di emozioni che mi ha travolto in questi 30 giorni.

Alice (Brasile)

Brasile. Questa parola evoca immagini meravigliose.
I miei 30 giorni in quella terra mi hanno permesso di conoscere uno degli innumerevoli contesti che si possono incontrare in questo immenso paese. “Uno” sì, ma predominante in termini numerici.
Un mese in Brasile, nello stato del Ceará.
5 settimane sono poche per comprendere le dinamiche di un mondo che è totalmente altro rispetto a ciò che viviamo. Ma ne ho assaporato i contorni e mi sono lasciata attraversare. In questo mese mi sono immersa nel loro spazio. Una realtà di piccole case di mattoni e terra, case formate da un’unica stanza, pochi letti e amache appese alle pareti, pentole vuote, disoccupazione, droga e prostituzione, famiglie con moltissimi figli e ragazze incinte in tenera età.
Nonostante la difficoltà e la miseria, però, ciò che non mancava mai era l’aiuto, la condivisione, la voglia di sentirsi amate e una porta aperta per accoglierti.
In questo clima ciò che prima di tutto le suore donano a queste ragazze è il sentirsi amate e al sicuro, il non sentirsi sole nel dolore e nelle difficoltà, la piccola certezza di trovare una mano tesa nel momento del bisogno.
Sono stata circondata per 30 giorni da donne di qualsiasi età e trascorsi inimmaginabili, le loro storie si sono fossilizzate dentro di me. Occhi curiosi che faticano a pensare che esista altro rispetto a ciò che loro vivono, che possono pretendere rispetto, che possono scegliere di studiare e che possono pretendere un’istruzione migliore, che hanno dei diritti, come donne, come madri e come figlie. Il non pensare che dopo il primo figlio avuto a 14 o 16 anni, la loro vita sia finita, ma continuare a sognare e credere che il futuro abbia ancora molto di buono da offrire, se trovano la forza di uscire dalla porta di casa, se trovano la forza di pensare anche a loro stesse.
È difficile toccare ogni punto di ciò che ho vissuto, è una realtà complessa con molte dinamiche complicate da smuovere.
Ciò che più di ogni cosa ho provato sulla mia pelle è la bellezza dell’aiuto, una dinamicità di sostegno reciproca che realmente può mutare le cose. Le difficoltà esistono in ogni angolo della terra, ma una mano aperta e tesa verso l’altro non ha colore o religione, ha il sapore di umanità.

Rachele (Palestina)

Trenta giorni in un altro mondo, 30 giorni di scoperte, crescita, emozioni.
È difficile descrivere in dieci righe quello che la Palestina mi ha regalato. È stato un mese intenso, trascorso in una terra per me magica con il suo fascino, la sua bellezza, gli ulivi che riempiono le colline di Betlemme, il pane arabo e il canto del Muezzin… ma allo stesso tempo un luogo logorato e martoriato dal conflitto, con un popolo che lotta per la sua identità. E questa identità, che lo rende così vivo e unico si è intrecciata con la mia, e lo scontro ha generato emozioni vive. Grazie a questa terra e al popolo che ci vive, per avermi permesso di lasciare un pezzo del mio cuore lì, tra le sue colline e i suoi tramonti. E grazie a tutte le persone che ho incontrato, le storie che mi hanno raccontato, l’amore che mi hanno dato e l’accoglienza che ho ricevuto.
Torno a casa frastornata, triste, felice piena di emozioni. Con la paura di riabituarsi al mondo, al mio mondo con un’esperienza nel cuore che mi ha cambiata e portata in un mondo così diverso dal mio, che però subito mi è appartenuto e fatto sentire a casa. Per questo e per molto altro “Shukran”, grazie.

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