Le “chat delle mamme”

Per molti sono un incubo, per altri l’unico modo per seguire le attività scolastiche dei propri figli. La psicologa e psicoterapeuta Raffaella Marciano evidenzia limiti e potenzialità di uno strumento comunicativo che rischia di sfuggire di mano sfociando in una «mania di iper-controllo»

Le “chat delle mamme”, o dei genitori se si vuole essere più inclusivi, sono l’incubo di ogni persona che si confronta con il mondo scolastico. Il culmine si raggiunge tra la scuola dell’infanzia e quella primaria, con strascichi da non sottovalutare durante i tre anni di scuola secondaria di primo grado. Alle superiori, invece, il dialogo si sposta direttamente sull’asse alunni/docenti. Tutti temono quelle notifiche, ma non se ne può fare a meno.

Ne abbiamo parlato con Raffaella Marciano, psicologa psicoterapeuta, esperta di disturbi di personalità complessi certificata a livello internazionale: «In questo modo i genitori entrano nel merito di qualsiasi dinamica che accade in classe, dando luogo a diversi fenomeni: dalla iper-presenza al costante controllo sui compiti, la generazione di processi di esclusione, la questione privacy, litigiosità». Dinamiche complesse e articolate.

Raffaella Marciano

Sulla iper-presenza la specialista spiega: «I bambini vivono i rapporti con i compagni di classe e gli insegnanti sotto il continuo controllo dell’occhio genitoriale sempre più ingombrante. I genitori irrompono nella vita scolastica dal semplice prendere l’assegno scolastico al sentenziare su come dovrebbero vivere i rapporti amicali, o su come gli insegnanti dovrebbero fare il proprio lavoro. A mio avviso questa tendenza molto disfunzionale risulta essere un impedimento per i ragazzi nel sentirsi liberi di esplorare la propria autonomia relazionale e le proprie reali inclinazioni, ma soprattutto impedisce loro di assumersi pienamente la responsabilità della loro vita scolastica».

Una presenza con l’assillo dei compiti: «Talvolta si rasentano comportamenti quasi ossessivi. Assistiamo all’aumento delle richieste a performare, questo porta i bambini a non riuscire a tollerare la minima frustrazione per l’errore, manifestando sintomatologie ansiose molto importanti anche in tenera età, e genitori sempre più orientati a sostituirsi ai propri figli per dare al mondo un’immagine di perfezione. Come se i bambini diventassero il prolungamento della loro stessa immagine. È come se l’ambiente familiare stabilisse l’unica soluzione: essere infallibili a scuola e nella vita».

Le chat, come le continue convocazioni in orario didattico per partecipare a progetti, recite e laboratori, richiedono una presenza totalizzante di mamma e papà, che però hanno un lavoro o altri familiari a cui badare: «Si assiste a comportamenti di esclusione, che vedono come oggetto genitori che non sempre hanno la possibilità di interagire sulla chat in tempo reale. Ancor peggio osserviamo una sorta di ghettizzazione rispetto alle famiglie che non hanno lo stesso tenore di vita. Quest’ultimo fenomeno comporta un senso profondo di inferiorità e denigrazione, che causa non pochi danni psicoemotivi». 

Aumenta, inoltre, la litigiosità: «Perché lo strumento non consente relazioni dal vivo, dove le persone sono invitate a conoscersi e a confrontarsi in un contesto reale, dove non si ha la consapevolezza di parlare con un altro in carne ed ossa, non riuscendo ad empatizzare». E c’è un continuo attentato alla privacy divulgando foto o notizie relative ai bambini: «La costante superficialità di questi atteggiamenti – afferma Marciano – mette a rischio la possibilità di tutelare e garantire un ambiente sicuro».

La specialista auspica una regolamentazione delle chat: «Una sorta di decalogo per indirizzare gli interventi su tematiche di stretto interesse organizzativo scolastico, ammonendo l’utilizzo della stessa come luogo dove poter denigrare ed offendere gratuitamente l’altro. È importante ci siano dei confini, per riuscire ad arginare comportamenti disfunzionali. Non si può demandare tutto ai social, si possono organizzare riunioni dal vivo, per poter incentivare il confronto tra i genitori».

Buone prassi che consentano di superare il vulnus istituzionale che si sperimenta da qualche tempo: «Viviamo un’epoca in cui vediamo impoverirsi le piattaforme di significato condiviso rappresentate dalle istituzioni». Di conseguenza si acuiscono le «forme di impulsività» degli allievi nei confronti della famiglia e dei professori e viceversa.

Appare urgente, dunque, ritornare ad una moderazione della presenza. «Innumerevoli sono i dati della letteratura che indicano quanto sia importante che vi sia una sana cooperazione – analizza la specialista Marciano –. Ma non sempre questa cooperazione è facile. È indubbio che i social siano strumenti molto utili per le comunicazioni rapide ed essenziali, ma come tutte le cose hanno anche dei punti di debolezza, poiché in qualche modo questi strumenti hanno potenziato quella che potremmo definire mania di iper-controllo sui propri figli».

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