Canti per trasmettere la fede

Canti per trasmettere la fede ai “lazzari”. L’Osservatore Romano traccia un ritratto di sant’Alfonso Maria de’ Liguori attraverso il contributo che ha dato alla tradizione dei canti popolari sacri.

Canti in dialetto per trasmettere la fede ai “lazzari”

di Ambrogio Sparagna*

In tutto il territorio italiano la tradizione dei canti popolari sacri è ancora largamente diffusa. Si tratta di un repertorio di grande intensità evocativa che descrive in maniera semplice ma commovente fatti salienti della narrazione evangelica.

Sono canti che provengono da origini antiche. Impiegano l’italiano, il dialetto e il latino. Alcuni traggono spunto da narrazioni popolari ispirate ai vangeli apocrifi, altri da forme di drammaturgia liturgica medievale, altri ancora sono elaborazioni di racconti popolari legati a personaggi evangelici.

La loro esecuzione è affidata sempre a gruppi di cantori numerosi che possono far parte sia di organizzazioni religiose penitenziali, come le Confraternite, che di gruppi spontanei. In particolare il repertorio legato al ciclo dell’Avvento e delle feste dei Santi patroni si caratterizza nell’impiego di singoli cantori solisti, talvolta accompagnati da piccoli gruppi strumentali, mentre i canti quaresimali, conosciuti come canti di Passione, devono essere sempre eseguiti in forma collettiva. Durante la Quaresima il cantare insieme, sia all’unisono che in forma polifonica, rafforza il valore simbolico della devozione di ogni singolo cantore che “ricerca” la sua voce nelle voci degli altri cantori che ha vicino. Grazie all’azione del canto collettivo la comunità ritrova il proprio senso spirituale comune e rafforza quei valori simbolici che caratterizzano la narrazione evangelica quaresimale.

Ai cantori confraternali è affidata la trasmissione del repertorio dei salmi in latino prevalentemente “a cappella” e in modo polifonico. In questo tipo di esecuzioni i cantori, anche quando alternano parti solistiche a forme responsoriali, si posizionano spesso in forma circolare per ascoltarsi meglio. La ricerca del suono “unico” del gruppo corale li porta a stare così attaccati fisicamente tanto che il loro fiato si “deve” mescolare con quello dei confratelli vicini.

Fra i canti quaresimali più originali sono da ricordare L’Orologio della Passione, che descrive le ultime 24 ore della vita del Nazareno, e La Morte di Gesù Maria s’affanna, che ricorda nelle varie trasposizioni dialettali alcuni passi dello Stabat Mater di Jacopone da Todi.

Spesso durante tutto il percorso nei gruppi femminili ogni donna canta tenendo sottobraccio l’altra. Alcune camminano scalze con grandi ceri in mano e vengono sostenute lungo il tragitto da “consorelle” che si alternano nell’esecuzione delle forme iterative antifonali come quelle tipiche di alcune canzoncine spirituali settecentesche attribuite a sant’Alfonso Maria dei Liguori, il più importante autore di canti popolari sacri italiani. Fra queste le più conosciute sono Gesù mio con dure funiO fieri flagelli.

La Basilica di Sant’Alfonso Maria de Liguori in Pagani

Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), figlio primogenito di Giuseppe e Anna Cavalieri, nasce a Marianella di Napoli. Il padre è uno dei più importanti amministratori dei quartieri della capitale del regno. All’età di dodici anni si immatricola all’università partenopea e dopo aver sostenuto un esame di retorica con Giambattista Vico ottiene nel 1713 il dottorato in diritto civile e canonico.

La sua fede nel valore del diritto è assoluta ma nel nel 1723 crolla a causa di una dura sconfitta professionale. Dopo una grave crisi esistenziale decide di abbracciare lo stato ecclesiastico ricevendo l’ordinazione sacerdotale nel 1726.

Sin dall’inizio della sua attività pastorale si occupa di promuovere gli umili, compiendo numerose missioni nelle campagne e prodigandosi in un intenso apostolato nei quartieri più poveri della città. È così che conosce i luoghi impervi dell’Appenino meridionale, territori lontani dalla ricchezza della capitale e pieni di miseria, malaria e pestilenza. La scoperta di questa realtà drammatica colpisce profondamente la sensibilità del giovane sacerdote, formatosi spiritualmente sull’esempio di grandi figure religiose come Francesco d’Assisi, Gaetano Thiene, Filippo Neri, Francesco di Sales e Teresa d’Avila.

Antonio Maria Tannoja, discepolo e testimone oculare della vita del santo e suo memorialista, riporta che dopo un periodo di grandi travolgimenti interiori, Alfonso decide di dedicarsi alla promozione dei poveri e di «vivere il resto della sua vita tra stalle e capanne e a morirvi tra pastori e contadini». Il giovane prete comincia ad adunare di sera presso alcune cappelle di Napoli ogni sorta di gente del popolo. Qui insegna loro a leggere e li istruisce nella fede religiosa. All’arte retorica cerimoniosa dell’epoca preferisce quella semplice e immediata. Usa il dialetto, che nel contatto con i più umili non diviene soltanto veicolo di trasmissione del messaggio evangelico ma anche strumento di raffinata poesia. Ed è in questo clima che Alfonso comincia a comporre le sue canzoncine spirituali dove descrive con grande semplicità e passione l’amore di Dio per gli uomini. Si tratta di canti dall’impianto musicale semplice che traggono spunto da temi popolari. Così, facendo il missionario ai “lazzari”, insegna i fondamenti del Cristianesimo, li rende protagonisti dei cerimoniali liturgici e perpetua l’uso consolidato del canto popolare come forma “speciale” di catechismo.

In Italia questo genere di espressività musicale religiosa ha avuto grande rilievo già a partire dalla esperienza francescana raggiungendo punte di grande intensità spirituale con la diffusione delle Laudi medievali che ancora vengono riproposte in molte aree della Penisola italiana. Nel Cinquecento san Filippo Neri rinnova questa pratica rituale dando vita a un ricco repertorio di laude, il cui ricordo è ancora vivo in tante preghiere cantate in molte comunità legate all’esperienza degli oratori filippini. Sant’Alfonso continua ed emancipa questa grande tradizione di catechismo cantato, componendo canzoncine spirituali legate al calendario liturgico. In quelle legate al ciclo natalizio egli traduce il senso dello stupore e della gioia riportato dai testi evangelici, consegnandoci dei veri e propri capolavori. Fra queste alcune diventano famosissime, come Tu scendi dalle stelleQuanne nascette Ninno e Fermarono i cieli.

In particolare Tu scendi dalle stelle, composta intorno al 1754, riscuote subito un successo straordinario, tanto che nel 1769 viene pubblicata e diffusa sul tutto il territorio nazionale, diventando così il primo esempio di canzone italiana. Il successo editoriale consente la formazione di un genere musicale specifico assai originale ed innovativo in quanto introduce in ambito popolare l’uso di strofe, ritornelli e interludi strumentali. Si tratta infatti della prima canzone popolare italiana moderna, che diventerà, grazie alla sua tipica forma tripartita, modello strutturale per tutta la produzione di canzoni in italiano dalla fine del Settecento fino a oggi.

Verso la fine del Settecento, questo repertorio si diffonde in ogni regione italiana diventando protagonista di tanti rituali del ciclo dell’Avvento. I canti della Chiarastella (nome con cui questo genere musicale viene definito in alcune aree dell’arco alpino) hanno diverse caratteristiche: alcuni hanno funzioni narrative e descrivono vari episodi tratti dai racconti evangelici o dalle vite dei santi; altri sono canti di questua augurali come le novene degli zampognari di fronte ai presepi; altri invece sono canti infantili, come filastrocche, ninna nanne e canti enumerativi. A partire dalla metà dell’Ottocento, molti demologi raccolgono e pubblicano questi canti popolari sacri in numerose raccolte antologiche. Pur prive di trascrizioni musicali specifiche, queste “poesie cantate” costituiscono oggi una fonte essenziale per la riscoperta di un repertorio ancora largamente praticato in tante comunità della Penisola, in particolare in quelle aree periferiche dove la cultura contadina rappresenta ancora un segno connotativo.

In molte di queste raccolte ritroviamo tracce della presenza del repertorio di sant’Alfonso. In particolare nel repertorio delle ninna nanne, fra cui spicca la più famosa Viene suonno da lu cielo che con l’incipit “viene suonno da lu cielo” costituisce un modello per tutte le ninne nanne tradizionali italiane.

Il testo in antico napoletano testimonia l’atteggiamento affettuoso e la delicatezza senza misura in cui Alfonso ama rivolgersi a Gesù Bambino. Come descrive Nino Fasullo, attento studioso alfonsiano, «davanti al Bambino Gesù de’ Liguori è come fuori di sé, in estasi colmo di gioia».

Fra il suo repertorio di canzoncine spirituali quaresimali spicca il bellissimo O fieri flagelli. Qui Alfonso costruisce la struttura narrativa impiegando un’originale formula poetica che attribuisce agli oggetti della Passione del Cristo una particolare forma di personificazione. A loro, (flagelli, spine, chiodi e lance) Alfonso si rivolge supplicandoli affinché essi possano trasferire su di lui il dolore che hanno provocato al corpo di Cristo. È così intensa questa richiesta di partecipazione da assumere nella struttura melodica del brano la funzione caratterizzante di ritornello. Un modello iterativo incisivo che si articola su un tempo di durata più lungo rispetto alla strofa. Anche in questo caso, come Tu scendi dalla stelle, si rimane colpiti dalla forza musicale innovativa della sua composizione. Grazie alla sua grande capacità rappresentativa O fieri flagelli è ancora oggi, a distanza di oltre due secoli dalla sua diffusione, largamente utilizzata in tanti rituali penitenziali, in particolare quelli legati al periodo quaresimale. Inoltre, attorno a questo piccolo gioiello musicale di pietà popolare negli ultimi anni è nato un grande interesse a opera di molti gruppi musicali che ne hanno ripreso l’impianto melodico settecentesco in modo minore creando delle originali elaborazioni sia per organici corali che strumentali.

Oggi, in tempo di coronavirus, questo modo così “antico e passionale” di vivere l’esperienza della ricerca della fede come momento collettivo ci appare in crisi. E questo ci sgomenta. Il silenzio che ci circonda non ci aiuta Il nostro desiderio spirituale ha avuto sempre bisogno di corpi che cantano, respirano e soffrono insieme. E così facendo abbiamo per secoli cercato quell’unione “carnale e spirituale” al Mistero della croce. Ma se proviamo a riavvicinarci alla storia di questo straordinario mistico settecentesco, che amava il suono delle zampogne e dei tamburelli, le sue canzoncine spirituali ci donano grande conforto. Quelle poesie cantate, semplici ma intensemente profonde, risuonano come straordinaria richiesta di perdono affinché Iddio ci conceda, anche nel nostro tempo quotidiano, la speranza di continuare cantare e pregare tutti insieme unendoci al Mistero della croce.

*pubblicato sull’edizione de L’Osservatore Romano del 31 luglio 2020

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