Continua il percorso di rilettura delle domande poste dagli associati della Pia Unione Ammalati ad Alfonso Russo, all’interno di un confronto vivo e concreto che nasce dall’esperienza quotidiana della sofferenza e dall’impegno pastorale dell’associazione. Le risposte restituiscono non solo indicazioni operative, ma anche una vera e propria visione ecclesiale e spirituale dell’ammalato e del suo ruolo nella comunità cristiana.
Incalza un’altra domanda forte e diretta: come deve comportarsi un sano con un ammalato?
Leggo: «Un ammalato è un uomo come tutti gli altri e gli si aggiunge l’infermità, la malattia. Non siamo noi a dire il comportamento da usarsi con l’ammalato. Abbiamo un grande esempio nel Vangelo, nella persona di Gesù che ha trattato con ammalati di ogni genere. Basterebbe imitare Gesù ed avremo conquistato e salvato un ammalato. Ma l’apostolo san Paolo ci dà una grande lezione coi fatti e con le parole: “Mi son fatto debole coi deboli, per guadagnare i deboli; mi son fatto tutto a tutti per salvare, in ogni modo, alcuni” (1Cor 9,22) […] Si vuole più di questo? Bisogna che si osservi! Così deve comportarsi il sano con l’ammalato, ma questo si vuole assolutamente da ogni membro della Pia Unione Ammalati».
Si apre quindi un’altra domanda: quale è il nostro contributo per la Chiesa? Siamo una vera comunità e come la viviamo?
A questa domanda, la risposta è articolata e densa di contenuti: «La Pia Unione Ammalati non è un gruppo a sé stante, ma in quanto Associazione si sente Chiesa e quindi nelle proprie disponibilità, possibilità e forza numerica, dà la sua collaborazione alla Chiesa. Potrà essere anche minimo come un granellino di senapa il suo contributo, ma lo dà. Abbiamo detto come un granellino di senapa, sperando nella fiduciosa benedizione di Dio e grazie allo Spirito Santo che diventi albero sui cui rami vengono a posarsi gli uccellini dell’aria. Specificamente il nostro contributo alla Chiesa è dato dalla valorizzazione e santificazione di tanto dolore, che, non curato, andrebbe perduto e la Chiesa perderebbe un valido tributo di vigore e di forza per concorrere alla redenzione e salvezza delle anime.
A questo contributo si congiunge la rettitudine della vita personale, le preghiere personali e la preghiera comune oltre tutto un movimento di convegni, di adunanze, di raduni, di ritiri spirituali e di conferenze e incontri che contribuiscono all’edificazione e all’incremento del corpo mistico. Inoltre, la Pia Unione Ammalati non si stima diversamente, essa si crede Comunità vera e propria.
Infatti si sente: A) Comunità di credenti e cioè “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione sacra, popolo di redenti” (1Pt 2,9). B) Comunità di agenti cioè di fedeli che operano per la gloria di Dio innanzitutto, per l’edificazione del corpo mistico di Cristo e per il bene dei fratelli sofferenti che hanno più bisogno di aiuto e di assistenza. C) Comunità di preghiera in quanto la preghiera è come l’anima, la vita e la forza del suo apostolato e dei suoi sacrifici. D) Comunità missionaria che ha coscienza del problema dell’evangelizzazione vicino e lontano: vicino coi propri fratelli della stessa parrocchia, dello stesso paese e della stessa nazione; lontano con le terre di missioni, i cui problemi sono molti e difficili da risolvere.
Per tutto ciò la Pia Unione Ammalati ha una particolare sensibilità. La Pia Unione Ammalati si sforza di vivere il senso della Comunità come la vivevano i primi cristiani, cioè nell’assiduità dell’ascolto della Parola di Dio, nelle riunioni comuni, nella preghiera, nella partecipazione all’Eucarestia e nella cura dei sofferenti e dei poveri».
Nel cammino dei vari gruppi emerge infine un’ultima domanda, che tocca direttamente il rapporto tra la Pia Unione e la vita ordinaria delle parrocchie: come relazionarsi con un parroco che sostiene che gli ammalati siano già assistiti dalla parrocchia e come fargli comprendere il programma dell’associazione?
Leggo: «Innanzitutto ci dobbiamo felicitare e congratulare che tiene aggiornato l’elenco degli ammalati e dei sofferenti della sua Parrocchia e che sono periodicamente assistiti spiritualmente e anche curati materialmente. Però si potrebbe pregare questo parroco di concedere, di permettere una visita ad un ammalato, ad un sofferente; una tale visita è una opera di misericordia corporale e penso che possa farsi da chiunque. Si cerca di esporre con umiltà, con serenità, ma con fermezza il programma della Pia Unione Ammalati.
Anche Gesù parlava, esponeva, insisteva e spesso esclamava: chi ha orecchi da intendere intenda. Replicare, insistere ed infine pregarlo che almeno conceda di tenere una giornata per gli ammalati in parrocchia o in qualche chiesa della parrocchia per dar prova della serietà dell’apostolato che si vuol fare. Ottenuto il consenso programmare una bella giornata con una breve cerimonia, ma preparata con dignità, con decoro e con diligenza. Il programma deve essere ben sintetizzato nella funzione che sarà svolta».
Don Gaetano Ferraioli, direttore Pia Unione Ammalati Cristo Salvezza
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