Il referendum costituzionale sulla giustizia rappresenta uno spartiacque importantissimo per la nostra Repubblica. Tuttavia, come accade sempre più spesso quando si tratta di urne, la disattenzione, il disinteresse e la polarizzazione rischiano di pesare moltissimo sull’esito elettorale e i risvolti sul Paese.
La consultazione è di tipo “confermativo”, ossia chiede agli italiani di approvare o meno una legge destinata a modificare alcuni articoli della Costituzione. Non richiede quorum, dunque, anche solo pochi elettori potranno decidere il destino di tutti.
Il quesito è breve, ma sostanziale: “Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo ‘Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare?’”.
Se vince il no resta tutto così com’è, se vince il sì saranno modificati sette articoli della Costituzione. In sintesi, si interviene su: poteri del presidente della Repubblica in qualità di presidente del Csm, funzione giurisdizionale, autogoverno della magistratura, compiti del Consiglio Superiore della Magistratura, nomina di consiglieri della Corte di Cassazione, distinzione delle funzioni tra giudicante e requirente, funzione di organizzazione del servizio Giustizia da parte del ministero della Giustizia. Insomma, non c’è in ballo solamente la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
In apertura del Consiglio permanente della CEI, il presidente cardinale Matteo Zuppi ha evidenziato la necessità di informarsi e partecipare: «Invitiamo tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali».
A sostenere le ragioni del sì è l’avvocato Luca Savarese, responsabile del comitato “Si Separa” di Nocera Inferiore: «La separazione delle carriere non è un atto di sfiducia nei magistrati, ma di rispetto verso il processo. In un processo penale moderno accusa e difesa devono stare davvero sullo stesso piano, davanti a un giudice che sia, e appaia, terzo e imparziale. Oggi questo equilibrio è indebolito dal fatto che giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa carriera. Non toglie indipendenza alla magistratura, non sottopone i PM al potere politico, non smantella le tutele costituzionali».
A sostenere le ragioni del no è Antonio Centore, già capo della Procura della Repubblica di Nocera Inferiore e una carriera quarantennale tra magistratura giudicante e requirente: «Bisogna votare no perché il miglior pubblico ministero è quello che ha fatto il giudice e il miglior giudice è quello che ha fatto il Pm. Continuo a sostenere che è una grossa sciocchezza aver limitato la possibilità per i neovincitori di concorso di poter cambiare, è un’immane sciocchezza cambiare una sola volta e ancor di più separare. Inoltre, ritrovo offensivo che i magistrati siano l’unica categoria a non poter scegliere i propri rappresentanti».
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