“Egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo” (Efesini, 4, 11-12).
I santi non sono eroi solitari ma umili discepoli, nutriti con il latte della fede e la grazia dei sacramenti. La loro testimonianza si inserisce nel solco di una storia comune che trova nella Chiesa il suo essenziale punto di riferimento. Ogni esperienza di carità è solo una pagina di un libro che lo Spirito Santo scrive lungo i secoli grazie alla disponibilità di quanti s’impegnano a servire il Vangelo con generosità e senza calcoli. La coscienza di essere solo un frammento di Chiesa certifica l’autentica santità e la distingue da ogni contraffazione. La sinodalità, ha detto papa Leone, è un processo di comunione che nasce dalla consapevolezza di sentirsi “parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi” (7 giugno 2025).
Questa coscienza ecclesiale ha irrigato il cuore sacerdotale di don Enrico e ha illuminato la sua missione caritativa. Egli sapeva di essere solo un amministratore della grazia e, con sincera umiltà, mettendo al bando ogni vanagloria personale, ha fatto della sua opera il segno di una Chiesa che si prende cura dei più piccoli.
Un figlio della Chiesa
«Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?»: questa domanda, che risuona nella liturgia di ordinazione presbiterale, impegna il futuro sacerdote a vivere in piena comunione con il Vescovo, Padre e Pastore della Chiesa diocesana. Un prete non è un libero professionista ma un figlio della Chiesa. Don Enrico ha vissuto come figlio. Un figlio maggiorenne che si muove con intraprendenza ed umiltà.
Un figlio ama e onora la Chiesa sua Madre, ama e onora il Vescovo perché riconosce in lui l’icona visibile e concreta della paternità di Dio. Non era più tanto giovane don Enrico quando ricevette la visita del suo vescovo, monsignor Fortunato Zoppas.
Don Mario Vassalluzzo lo racconta così: Don Enrico raffreddato e stanco, si aggira tra i suoi ragazzi. Dal colletto sbottonato della tonaca esce una vecchia camicia, non poco lacera. Il piccolo della zampogna gli gira intorno, pregandolo di tenerlo per qualche minuto sulle ginocchia, mentre imperterrito suona la sua zampogna. Gli altri ragazzi, con numerosa allegria, giocano nella stanza. Don Enrico, stanco di sentire, si tura le orecchie con le bucce di mandarino. Così lo trova mons. Fortunato Zoppas, vescovo della Diocesi, venuti a visitare lui e i suoi ragazzi. «Ti porto dei doni di Natale e dei soldi per i tuoi ragazzi», dice subito il prelato. Don Enrico, confuso per quella inaspettata visita, si libera subito del bimbo che ha sulle ginocchia, cerca di rassettarsi alla meglio e mortificato, si sprofonda in scuse e ringraziamenti. Mons. Zoppas l’interrompe subito con un «Sono io che ringrazio te. Mi dai più gioia tu con i tuoi ragazzi che tutta la Diocesi messa insieme».
Sano protagonismo
Il prete è chiamato a condividere con tutti i carismi che ha ricevuto in modo da suscitare un sano protagonismo nella comunità ecclesiale. È questa l’indispensabile premessa per fare di ogni opera di carità la visibile testimonianza non tanto dell’eroismo di qualcuno quanto della fede di un’intera comunità. Questo criterio ha sempre accompagnato la vita del prete angrese. Per questo ha scelto di consegnare alla Chiesa locale i suoi beni e i suoi sogni. Il testamento, redatto nel 1964, parla chiaro: «Col presente testamento olografo col quale revoco ogni mia precedente disposizione testamentaria, istituisco erede universale del mio patrimonio la Mensa Vescovile di Nocera dei Pagani. Desidero che i miei immobili adibiti a Città dei Ragazzi conservino la loro destinazione con le modalità che l’Eccellentissimo Vescovo pro tempore vorrà determinare».
Don Enrico non ha avuto tempo di dare una configurazione giuridica alla sua opera, non si è preoccupato di creare una specifica istituzione alla quale affidare le sorti della Città, non ha pensato di creare un’associazione ad hoc, né tanto meno una comunità religiosa. Se avesse voluto lo avrebbe fatto, tenendo conto che dall’inizio dell’opera alla morte sono passati 18 anni. Evidentemente Dio lo chiamava ad altro. Non ha voluto mettere la sua firma. Ha lasciato tutto alla diocesi, non solo l’eredità materiale ma anche quella spirituale. Non ha raccolto neppure la documentazione a futura memoria, ha dato tutto, lasciando al buon Dio la libertà di scegliere come custodire quel piccolo raggio di luce che aveva illuminato un’intera comunità.
Una risorsa e una sfida
Don Enrico ha sempre sentito e amato la Chiesa diocesana come la sua famiglia. Dalla Chiesa aveva ricevuto l’autorità sacerdotale, nella Chiesa aveva imparato a coltivare i sogni, alla Chiesa ha voluto consegnare ogni cosa. Un gesto che lascia intravedere la tempra spirituale di un sacerdote che non ha cercato la notorietà ma ha voluto mettere tutta la sua vita a servizio del Vangelo ed ha consumato ogni energia per mostrare il volto di una Chiesa che non abbandona i suoi figli più fragili.
I santi sono una risorsa per la comunità ecclesiale perché hanno il coraggio di aprire strade che altri neppure vedono; ma sono anche una sfida perché lasciano una preziosa e, talvolta, pesante eredità. Così è stato don Enrico per la diocesi di Nocera Inferiore – Sarno.
Silvio Longobardi
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