Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. […] 22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io. (1Corinzi, 9, 19.22-23)
In una bellissima pagina autobiografica della Prima Lettera ai Corinzi Paolo presenta il suo instancabile ministero come un’intima necessità, arriva a dire: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1Cor 9,16). Questo grido di fede riassume tutta la sua vita. Annunciare il Vangelo non è un’iniziativa personale ma un compito che gli è stato affidato (1Cor 9,17). Paolo si sente come lo schiavo che esegue gli ordini ricevuti senza attendere nessuna ricompensa (1Cor 9,18).
Per questo egli ha rinunciato volentieri a tutti i suoi diritti diventando “servo di tutti per guadagnarne il maggior numero” (9,19). Questo squarcio autobiografico rivela la tensione spirituale e morale di una vita spesa interamente per il Vangelo. Per svolgere questo ministero Paolo lavora instancabilmente, accetta la fatica e le tribolazioni, soffre dinanzi al rifiuto ma fino all’ultimo respiro, anche negli anni delle catene, continua ad essere il testimone fedele della parola che salva.
In questo solco possiamo leggere anche la vicenda di don Enrico: anche lui vive il ministero della carità come una chiamata alla quale non può né vuole sottrarsi, per questo accoglie la fatica e le sofferenze come un pegno da pagare, una dimensione che lo unisce ancora più intimamente al Signore Gesù che, proprio accettando la croce, ha manifestato l’amore che rinnova la storia dell’umanità.
Senza sosta
Il progetto iniziale della Città dei Ragazzi era molto più ampio di quello che poi è riuscito a realizzare. In una lettera a Federico Russo scrive che vuole costruire «8 edifici, 4 padiglioni, la scuola, l’infermeria, la chiesa, il municipio» (8 luglio 1950). Pensava di dare ospitalità a 1.000 ragazzi. Stando al budget previsionale, i costi del primo edificio ammontano a 50-60 milioni di lire, all’incirca 8-10 milioni di euro. Alla luce dei fatti, quell’ideale appare assolutamente sproporzionato rispetto alle risorse ma era perfettamente coerente con l’ingenua fede di un sacerdote che sperava di spostare le montagne (Mt 17,20).
Quanto più grande è l’ideale, tanto più grande è la fatica. È una regola che gli adulti conoscono o dovrebbero conoscere. Don Enrico affronta la scalata con piena consapevolezza. La costruzione è ancora alle prime battute e, intuendo le difficoltà economiche, invita il dottor Lamaro a non temere alcuna insolvibilità: «non dubito di riuscire nel difficile e spinoso compito assunto, essendo esso poggiato su una forza indefettibile, perché non umana».
D’altra parte, con responsabilità aggiunge che non è necessario realizzare tutto e subito: «l’opera redentrice può essere esplicata anche in un umile ricovero. A chi non ha tetto, a chi privo di tutto, basta una baracca, dove è difeso dai rigori del tempo, riceve un tozzo di pane ed apprende un mestiere». A scanso di equivoci e/o per manifestare la sua incrollabile volontà, scrive che era pronto ad accogliere i suoi ragazzi anche prima di aver completato l’edificio: «inizierò la mia opera di rieducazione, edificando baracche sul suolo donato» (29 ottobre 1949). La carità è paziente ma non può attendere i tempi degli uomini. «Cominciare è di tutti, perseverare è dei santi» (san Josemaria Escrivà).
Le spine della delusione
Don Enrico non era un ingenuo sognatore, sapeva bene che avrebbe dovuto lottare per realizzare un sogno che andava ben al di là delle risorse di cui poteva disporre. Per questo, presentando il progetto alla cittadinanza aveva detto: «Le difficoltà le affronterò una alla volta, man mano che si presentano» (11 febbraio 1949). E qualche anno dopo scrive all’amico Federico Russo: «Non trovo un minuto di pace, caro Federico. Sono solo a dover risolvere tutti i problemi: educazione dei fanciulli, pratiche presso vari Enti per ottenere sussidi (di cui ancora non ho visto niente), raccolte di offerte, lavori di costruzione e da ultimo anche l’impianto di una falegnameria» (31 maggio 1951).
Quanto più grande è l’ideale tanto più grande è anche la delusione. Dobbiamo mettere in conto anche questo, se vogliamo restare fedeli alla missione. Non mancano i momenti di sconforto, quelli in cui si ha l’impressione che la meta sia più impegnativa del previsto, forse irraggiungibile. E non mancano neppure i momenti in cui, malgrado il proprio disincanto, don Enrico deve consolare l’amico Federico, rimasto fortemente deluso a causa di aiuti sperati e mai arrivati: «Avanti, avanti sempre con tutta l’anima e con tutto il cuore, nessuna difficoltà deve fermarci nella nostra forzata marcia verso la nostra radiosa meta». Ai suoi occhi Federico non è solo un amico ma un compagno di viaggio, un fedele alleato nella grande avventura della carità: «Se Dio ci concederà un giorno di riposo, dopo le nostre realizzazioni, godremo insieme l’intima gioia di avere compiuto la più grande opera di bene» (16 novembre 1950).
Servo inutile
Don Enrico non voleva risolvere il problema dell’infanzia abbandonata ma non poteva chiudersi nell’indifferenza. Ha cercato semplicemente di fare la sua parte. E l’ha fatta con passione, generosità e audacia. L’ha fatto con la coscienza di essere solo un servo che compie fedelmente il suo dovere e, al termine della giornata, può dire con umile fierezza: «Sono un servo inutile, ho fatto solo quello che mi è stato ordinato».
Silvio Longobardi
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