Cisgiordania, gli ulivi sradicati e la terra che grida. Il commento di Rosanna Virgili

In quegli ulivi non c’è soltanto un bene alimentare ed economico, ma una pioggia di Memoria e di Benedizione.
Jahalin (Cisgiordania): villaggio beduino in Palestina. Abitazioni in lamiera, legno e pietre – Foto Sir

Quando mia figlia, prossima alle nozze, mi mostrò la bomboniera per gli invitati, fui piacevolmente sorpresa: si trattava di un’ampollina colma d’olio degli ulivi delle nostre colline umbro-marchigiane, verde come la speranza. Ho poi visto anche in Sicilia come molte coppie facciano spesso la stessa scelta con il loro olio gravido di sole.

Il mio pensiero va agli anni dell’infanzia, quando le nonne ci preparavano il pane con l’olio. Meglio del pane con lo zucchero che noi, ovviamente, avremmo preferito, perché – dicevano – fa bene alla salute.

E quando vedo, oggi, i coloni ebrei sradicare gli ulivi dei fratelli palestinesi di Terra Santa, il cuore mi si stringe e penso a quei bambini privati non solo della merenda, ma di un elemento essenziale al loro nutrimento e persino alla sopravvivenza. Mi chiedo: com’è possibile tanta crudele disumanità?

In quegli ulivi, infatti, non c’è soltanto un bene alimentare ed economico, ma una pioggia di Memoria e di Benedizione. Sradicarli significa molto di più che privare una popolazione di un cibo essenziale: significa privarla dell’anima stessa. Della costellazione di simboli di cui è fatta la coscienza di una persona e della sua comunità. Del suo rapporto con gli ascendenti e con i discendenti. Della catena d’affetti che è la vita. Del sapore dell’amore, del dolore e dei sorrisi che ci hanno generato. Chi sradica gli ulivi sradica il corpo e il cuore.

Nel Corano l’ulivo è un albero benedetto che spunta dal monte Sion e produce olio, delizia per chi lo mangia (cfr. Sura al-Muminoon 23,20). Fonte di nutrimento e segno della Luce che viene da Allah, che illumina la terra, l’olio arde nella lampada della Sapienza e della Conoscenza (cfr. Sura al-Noor 24,35). Spalmato sui capelli, li rende belli, fa risplendere il volto, guarisce le ferite, ammorbidisce le rughe della pelle e dell’anima. E l’olio della fratellanza illumina il cuore, è fonte di gioia, secondo la Bibbia: «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme! È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste» (Sal 133,1-2).

Sradicare gli ulivi vuol dire soffocare la luce, gettare nella tomba. Ed è quello che i coloni e l’esercito governativo d’Israele sembrano voler fare. Tanto che spesso allo sradicamento degli ulivi seguono l’interramento dei pozzi – dell’acqua potabile – e, infine, le uccisioni.

In un orto di ulivi Gesù viveva la sua ultima notte, sentiva e sudava sangue, minacciato dalla morte che, con un bacio, sarebbe arrivata il giorno dopo. Tra quegli ulivi Gesù implorava la compagnia dei suoi amici, che facessero scudo al venir meno delle sue ginocchia… Chiedeva loro di vegliare almeno un’ora con lui. Ma nessuno vegliò.

Così come nessuno custodisce gli ulivi insieme con gli uomini, le donne e i loro bambini della Cisgiordania, di Nablus, che spesso nella notte, vigliaccamente, vengono violati. Nessuno ha potuto fermare la mano armata che ha già espiantato o danneggiato almeno centomila alberi d’ulivo nel West Bank.

E sento che tra gli apostoli che dormono ci siamo anche noi, italiani, europei, occidentali, che pure ci facciamo chiamare «cristiani». Ancorché, per i cattolici, sradicare gli ulivi e privarsi pertanto del loro olio comporti sradicare la carne fisica e spirituale di un popolo, privarlo del crisma dei suoi sacramenti: quello del venire alla luce – la nascita battesimale –; quello del nutrirsi e risplendere nella fede – la confermazione –; quello della consacrazione dei ministri dell’Eucaristia – l’ordine sacro –; e, infine, quello della raccolta, dell’abbraccio nel grembo di Dio, con l’unzione dei malati.

Nella cultura mediterranea antica, compresa quella greca, l’ulivo era simbolo della pace, un motivo recepito nei testi mitici della Scrittura biblica con il ramoscello d’ulivo che indica la fine del diluvio e l’inizio di una nuova vita (cfr. Gen 8,11). Vale a dire della pace. La pace donata dal Signore Risorto. La Pace che è la Vita stessa, ciò che resta oltre ogni tempesta di morte.

Dunque, la terra, tutta la terra, grida quando un ulivo viene sradicato! Un figlio del suo grembo che sanguina invece di fiorire. Il suo grido chiama ancora il Cielo e il Creatore a scendere nei campi, tra le pietre di Palestina, e a chiedere a chi ancora si aggira furtivo, con la mano alzata, nelle campagne: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9).

Rosanna Virgili/Sir

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