L’esperienza del silenzio

Sentiero di una foresta

Ogni vocazione richiede un ascolto attento per riconoscere quella voce silenziosa che chiama, seduce e sostiene

Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera
(1 Re 19,12)

 

Un uomo chiede ad un monaco: «Che cosa ti insegna la tua vita di silenzio?». Il monaco, che stava attingendo acqua da un pozzo, gli disse: «Guarda giù nel pozzo! Cosa vedi?». «Non vedo nulla», rispose. Il monaco gli ripeté: «Guarda di nuovo. Che cosa vedi?». L’uomo rispose: «Ora vedo me stesso, mi specchio nell’acqua!».

Allora il monaco sorrise e gli disse: «Quando l’acqua è agitata non si vede nulla.

Ora l’acqua è tranquilla. È questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!».

Ogni vocazione richiede sempre un ascolto attento delle vie del silenzio. È quella prima voce che ci ha chiamati, sedotti e sostenuti nel silenzio. Senza l’ascolto di quella voce silenziosa, che risuona e incide nel cuore e nella vita, non c’è vocazione. Se si costruisce senza il silenzio, ogni vocazione è semplice illusione.

Una voce che chiama. “Ogni vita buona inizia da una voce che ci chiama quando siamo poveri e semplici, e si parte alla sequela di quella voce e della sua promessa. Poi, col tempo, arrivano il culto, la religione, la costruzione del tempio, e infine la reggia per noi più grande del tempio per Dio. E inizia la decadenza.

Avevamo speso tutta la vita a costruire il nostro culto, il “tempio” e la “reggia”, e tutti ci avevano lodati e amati per queste opere.

Finché un giorno riusciamo a capire che la libertà, la verità, l’amore si trovavano altrove, ma lo avevamo dimenticato.

Un’altra voce ci sorprende nella notte, in un sogno o in un letto d’ospedale. È la voce del primo giorno, e riusciamo a riconoscerla. Ci ordina di smontare la reggia, il tempio, di tornare poveri e rimetterci in cammino. La salvezza della vita adulta è il cammino a ritroso che dalla reggia riporta alla tenda nomade.

Perché le voci sottili di silenzio non si possono ascoltare negli alti templi e nei larghi palazzi. Riescono a parlare solo quando si trovano esattamente all’altezza degli occhi e del cuore” (cf. Luigino Bruni, Avvenire 30 maggio).

 

† Giuseppe, Vescovo

 

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