Nei racconti del Mondo piccolo di Giovannino Guareschi il buon don Camillo parla con il Crocifisso e gli dà del tu. E mentre il curato, eterno rivale del sindaco Peppone, ha i modi spicci dei contadini della Bassa padana, Gesù ha sempre parole paterne, comprensive, ricche di misericordia che oppongono l’amore alle “legnate”, agli sganassoni, alle armi del vero e proprio arsenale conservato in canonica. «Don Camillo, le mani sono fatte per benedire, non per spaccare le teste», gli dice in un’occasione il Signore. Quel nome, Camillo, è pronunciato con tono bonario e il rimbrotto è già in quella «i» insistita e allungata
Chissà cosa ci direbbe il Crocifisso se anche noi cominciassimo a parlargli e a dargli del tu nello stile di don Camillo.
Per esempio, avrebbe certamente da ridire sul fatto che, per certuni, l’estate sia tempo per dimenticare la santa Messa domenicale. Meglio una nuotata al largo, l’appisolarsi su un materassino, magari la giungla di ombrelloni e la calca di duecento persone concentrate in un metro quadrato. Viene da pensare a quando, da piccoli, ne avevamo combinata una grossa e, prima o poi, ci toccava tornare a casa.
Al Crocifisso non serve parlare per dire: «Dove sei stato?». Lo si era lasciato con le braccia aperte e lo ritroviamo ancora così a settembre. «Don Camillo, perché ti disperi?», chiede il Signore al sacerdote, preoccupato per la fede e il futuro della sua gente. «Le anime degli uomini – continua dall’alto della croce – sono come il grano: c’è la tempesta, c’è la siccità, ma la terra non dimentica mai il suo seme». A don Camillo, che gli parla di «vento di pazzia» e di un mondo che «corre verso la sua rapida autodistruzione» pensando solo a «ciò che vede e tocca» e non alle «cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pudore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere», il Signore ricorda che il pessimismo non ha senso.
Il suo sacrificio sarebbe stato forse inutile? Che fare, dunque?
È sempre Cristo a rispondere: «Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede».
Un bel piano programmatico per noi credenti che a settembre, mese d’inizio vero del nuovo anno, siamo tornati a lavoro, a scuola, alla vita sociale ordinaria e alle attività comunitarie in parrocchia. Salviamo il seme. Al resto penserà la terra.
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