Artificieri di speranza. Lasciamo che il dramma di Pietralata ci interroghi per prevenirne altri.

L’editoriale di settembre di Salvatore D’Angelo è dedicato a Bianca, Luca e Valentina. Lasciamo che il dramma di Pietralata ci interroghi per prevenirne altri.
La famiglia di Luca, Valentina e Bianca – Foto FB

Fragili come la porcellana. L’amore per la figlia Bianca era l’oro che teneva insieme Luca e Valentina. Una famiglia pronta a tutto per custodire quel tesoro affetto da una gravissima disabilità. Sono andati anche in capo al mondo per trovare una cura.

Quel kintsugi non ha retto alla solitudine, alla fatica della quotidianità, al caldo asfissiante di un’estate anomala e anormale. «Non ce la facciamo più», hanno scritto su un biglietto prima di farla finita. Bianca era il tutto, ma tutto intorno non c’era niente. Così, mentre città e cittadini erano distratti da mare, vacanze e rientri, si è consumata la tragedia.

Per la famiglia possiamo solo invocare la misericordia di Dio, certi dell’amore sconfinato del Padre. Per chi resta e vive ai margini dobbiamo adoperarci affinché la solitudine – d’estate e di ogni stagione –, che diventa disperazione e deflagra in sordina come una bomba, possa essere disinnescata da artificieri di speranza. Persone pronte a soccorrere con i fatti chi è in difficoltà; presenti, capaci di leggere i segnali, costruire reti territoriali, parrocchiali e familiari che accompagnino realmente chi chiede aiuto.

«Non abbiamo bisogno di scegliere tra la dignità della persona con disabilità e la sofferenza di chi se ne prende cura. Abbiamo bisogno di una società capace di vedere entrambe», scrive Filippo Visentin su Superando, giornale che si occupa di «temi della disabilità trattati con coraggio». In alcuni casi già avviene. Ho esperienza diretta di una famiglia che, visitata dalla disabilità, ha ritrovato il calore e l’aiuto del vicinato, del volontariato laico e cattolico, dei familiari. Le difficoltà non sono mancate, ma nemmeno il coraggio, la forza e la speranza. Oggi i ragazzi sono grandi, avrebbero bisogno di un welfare più attento alla vita di un adulto con disabilità, ma non manca chi è pronto a rassicurarli.

Nelle grandi città è più difficile costruire queste trame perché cresce la diffidenza del vicinato, le parrocchie si svuotano, il volontariato soffre e le famiglie si rimpiccioliscono. Se si è fortunati si chiede l’aiuto di un badante, altrimenti è caricato tutto sul caregiver familiare.

Intanto, seppur Luca, Valentina e Bianca avessero goduto di aiuti e sostegni – pubblici e familiari – appare riduttivo, limitante, fare una lettura meramente pragmatica. Probabilmente avrebbero avuto bisogno di persone capaci di scrutare ciò che maturava nel loro cuore. «Forse non ci si accorge di qualcuno finché non si impara a guardare oltre il rumore. Alcune persone si lasciano vedere solo dal cuore» (Roberto Fiscer, Non sono altro che Chicco).

Questa tragedia ci ricorda che occorrono persone capaci di ascoltare davvero e che non hanno paura di incontrare una solitudine troppo impegnativa. Lasciamo che il dramma di Pietralata ci interroghi per prevenirne altri.

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