«Quella tragedia mi ha legato molto a Sarno, dopo quello che era accaduto poteva essere difficile riprendersi. Tanta gente morta ingiustamente, senza avere colpa, è tristissimo, dolorosissimo. Mi onora tanto che la città di Sarno voglia riconoscermi cittadino onorario».
Nino D’Angelo è sinceramente emozionato per la cittadinanza onoraria che gli sarà conferita il prossimo 5 maggio a Sarno, nel ventottesimo anniversario della frana del 5 maggio 1998. Una tragedia che ha voluto mettere in musica.
In A’ muntagna è caduta scrive e canta anche del volontariato, della rete che si mosse per rimuovere le macerie, per salvare vite. L’episodio di Roberto Robustelli la impressiono molto?
«Ero in studio per Stella e’ mattina, ricordo quel momento come se fosse adesso. La morte di tante persone, ma anche il moto di bene e di aiuti che suscitò la tragedia, mi ispirò un brano che nel tempo è piaciuto anche per i suoi arrangiamenti moderni. L’episodio di Roberto Robustelli, questo giovane salvato dal fango dopo alcuni giorni, mi segnò e mi diede speranza. Ho avuto il piacere di conoscerlo, siamo rimasti amici. È uno dei fiori all’occhiello che porto come artista».
Ritornando indietro di quasi 30 anni, ricorda come venne fuori questa canzone e come scelse le parole da utilizzare, i temi da trattare?
«Venne fuori dal dolore che provai davanti alle tante vittime. Mi sembrava e mi sembra ancora assurdo quanto è accaduto. C’erano tante persone che dovevano vivere e sono morte per una frana inaspettata. Si poteva evitare? Vediamo cosa sta accadendo ora in Sicilia, fortunatamente si è intervenuti in tempo sfollando le persone. A Sarno non c’è stato questo tempo».
Qualche anno fa l’ha cantata proprio a Sarno.
«Tenni un concerto, se non sbaglio, proprio ad Episcopio. Fu una grande emozione. Era in occasione del tour Terra nera, anche in quel disco c’era tanto dolore. Mi commosse cantarla lì, tra quella gente ancora con le ferite fresche della frana».
Andiamo all’oggi. I miei meravigliosi anni 80…bis che racimola continui sold out. Il documentario Nino. 18 giorni. Un po’ di nostalgia del passato o l’importanza di richiamare e ricordare – a sé stessi e agli altri – le proprie radici?
«Quando si arriva alla mia età mi sembra di vivere sempre nel presente, anche quando si parla e si racconta del passato. Il concerto I miei meravigliosi anni 80 lo avevo promesso ai fan. Mi chiedevano sempre quelle canzoni e io devo tutto a quegli anni. Tutta la radice della mia musica è lì, non bisogna mai rinnegare quello che si è stati e si è. Il successo riscosso negli anni Ottanta è una cosa di indimenticabile e unico. Come potrei rinnegarli: c’è tutta la gioventù, i miei figli, la famiglia, il successo».

Contribuì a cambiare un paradigma musicale.
«Quel ragazzo con il caschetto biondo ha rivoluzionato la canzone napoletana. Oggi se esiste questo filone è dovuto a quel Nino D’Angelo con il caschetto. Tutta la musica napoletana popolare è ripartita dal Nino di Nu jeans e na’ maglietta, che fu una rivoluzione. Nessuno può piacere a tutti, ma in quel momento lì c’è stata una svolta per la canzone napoletana, che si concentrava su storie di malavita o era ascoltata dai più grandi di età. Ho provato a parlare d’amore perché volevo essere il cantante dei giovani di allora».
In cinquant’anni di carriera ha scritto e cantato di amore, famiglia, sociale, senza tralasciare richiami biografici.
Oggi, cosa muove la sua penna?
«Oggi come allora quando mi metto a scrivere devo avere qualcosa dentro che vuole essere raccontato. È questa l’ispirazione. Ho avuto un dono: quello di saper mettere insieme parole e sentimenti. Io non ho fatto l’università, ho la terza media. Quindi, scrivere per me era divertimento. Non pensavo potessi diventare un artista che poi sarebbe arrivato a così tante persone in tutto il mondo. Senza giacca e cravatta non so per quante settimane è stata prima in classifica in Romania. Una cosa che però non deve mai mancare nel mio racconto è che ci sia la verità. Io sono un privilegiato, un fortunato, ma sono nato tra la gente che non vive ma sopravvive. So cosa significa l’avere e non l’avere. Non sono mai stato un “normale”: o sono stato “povero povero” o uno che sta bene. È questo bagaglio di esperienza che mi porta a scrivere. Oggi mi smuove anche quello che accade nel mondo. Soprattutto, continuo a raccontare il mio sogno».
È quello che apprezza il pubblico.
«Sono arrivato ad essere quello che sono grazie al pubblico, alla mia gente. Non avevo case discografiche. Se sono arrivato qui è grazie al popolo delle mie canzoni. La gente che mi ama e mi vuole bene perché, per come va la vita a chi nasce dove sono nato io, non avrei dovuto farcela».
La ispirano anche i nipoti. Sui social condivide tanti momenti della sua vita con loro.
«I miei nipoti sono i miei diamanti: una cosa troppo bella, preziosa, inestimabile. Con i figli ho avuto meno tempo, quando sono nati ero giovanissimo e agli inizi della carriera, con il successo che arrivò improvviso. I nipoti me li sto godendo e mi piacerebbe non fargli mancare mai nulla. Vorrei che studiassero, come non ho potuto fare io. I miei nipoti, ma tutte e’ creature, sono la mia vita perché sono il nostro futuro. È insopportabile e ingiusto vedere tanti bambini vittime di guerre, vorrei che scomparisse tutto questo male. Se penso che mio nipote potesse trovarsi in quella condizione mi fa diventare pazzo. Oggi mi godo questo mestiere di nonno. È il mio primo mestiere, il resto viene dopo».
Il rapporto con il pubblico è straordinario. Raccoglie ovunque testimonianze di affetto e stima, di vero bene. Se dovesse dedicargli dei versi, quali sceglierebbe o comporrebbe?
«Mio caro pubblico penso sia la canzone che risponde a questa domanda e che canto ogni sera a chi viene ai miei concerti. Ho molto rispetto di chi siede in platea o sugli spalti di un palazzetto o di uno stadio: non mi vedono solo come un cantante e un autore bravo, mi vedono come il ragazzo che ce l’ha fatta. Nella povertà, che ho conosciuto da vicino, ho trovato una grande ricchezza: l’amore della gente. Se ti ama, ti ama fino in fondo. È una forza grande che non voglio mai perdere. Io sono un loro figlio, il figlio del popolo vero, sono loro che mi hanno portato qui. I miei dischi li compravano quelli che non se li potevano permettere, erano frutto di sacrificio e sudore. È questo amore che mi dà la forza di continuare e che mi fa essere grato per ogni persona che canta le mie canzoni. Dove c’è Nino D’Angelo c’è sempre fatica e onestà, umiltà. I veri eroi sono gli umili».

E poi c’è Napoli.
«Viviamo in un mondo dove o ti vogliono tanto bene o c’è chi rema contro. Negli anni 80 dovetti lasciarla per il bene e la sicurezza della mia famiglia. Napoli è la vita mia, è nel mio sangue, ho sempre dato tutto per la mia città. Me ne mandarono via da Napoli, non andai via io!».
Il 5 maggio sarà ricordata in musica la frana di Sarno e onorate le vittime. Sarà anche l’occasione per riabbracciare Nino D’Angelo in una terra, quella nocerino-sarnese, che l’ha amato e l’ama ancora sperando possa ritornare ad esibirsi anche qui.
La cerimonia di consegna si terrà nell’aula consiliare di Palazzo San Francesco. Il cantautore sarà accolto dal sindaco Francesco Squillante poco prima delle 17.00, quando è previsto l’inizio della seduta straordinaria di consiglio comunale.
Alle 19.00 è in programma la Santa Messa nella Concattedrale di San Michele Arcangelo a Episcopio per ricordare le vittime della frana che colpì non solo Sarno, ma anche Siano, Bracigliano, Quindici e San Felice a Cancello.
Salvatore D’Angelo
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