L’amore sociale

«La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti». Continua l’approfondimento dell’enciclica Fratelli tutti.

A partire dall’«amore sociale» è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti. L’amore sociale è una «forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici» (FT 183).

Oltre all’impegno sociale attraverso lo sviluppo delle scienze, le quali hanno reso condizioni più favorevoli, soprattutto durante le rivoluzioni industriali e ultimamente con la scoperta di un vaccino per sconfiggere il covid 19, l’uomo deve cogliere l’essenza delle cose, percepire la condizione interiore in cui si manifesta la verità, la bellezza e la bontà nella sua unicità e integralità, un “io” verso un “tu” libero e vero, come “altro da sé”, pur uguale a sé. 

Pascal afferma: “l’amore è una conoscenza del cuore, un atto con il quale percepiamo la vera essenza di un’altra persona”, un processo di “interiorizzazione” dei valori che impegna la coscienza e la volontà se si vuole modificare il proprio modo di vivere. La carità ha bisogno della luce della verità che costantemente cerchiamo e «questa luce è, a un tempo, quella della ragione e della fede», senza relativismi. Ciò implica anche lo sviluppo delle scienze e il loro apporto insostituibile al fine di trovare i percorsi concreti e più sicuri per raggiungere i risultati sperati. Infatti, quando è in gioco il bene degli altri, non bastano le buone intenzioni, ma si tratta di ottenere effettivamente ciò di cui essi e le loro nazioni hanno bisogno per realizzarsi (FT 185). 

Nell’attuare le potenzialità e il valore dell’amore, l’uomo trova il senso al suo vivere, il Bene vertice di tutti i valori, costruisce un’identità che va a scandire la giusta linea di confine tra sé e l’altro, nessun processo di individuazione dovrebbe portare all’estraneazione o al distacco dal tessuto sociale.

Nella costruzione dell’identità siamo sottoposti al confronto con la realtà, dobbiamo chiederci insieme a Pascal: qual è il senso della vita?, a cui è possibile rispondere con la domanda di Gesù: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8, 36). 

L’uomo concreto non è qualcosa di chiaro e distinto, come pensava Cartesio, riducibile alla sola ragione, ma è mistero, realtà complessa, fragilità, solo nell’intenzione del cuore si può delineare chi è l’uomo di fronte alla propria coscienza. “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona” (Mt 6,24), Kaýsar non è Kýrios, trasformare in divinità la ricchezza, genuflettersi davanti alla “volontà di potenza”, accelera, insieme alla morte di Dio, una morale basata sulla volontà, sulla “fedeltà alla terra” e sul ripudio di qualunque consolazione metafisica, con conseguente accettazione e attaccamento incondizionati alla materialità e alle cose terrene, una caduta dei valori cristiani.

padre Giovanni Caruso

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