Cara Repubblica

Ottant’anni è un compleanno importante.Siamo una Repubblica grazie al voto di oltre 12 milioni di cittadini, persone. Recarsi al seggio fu un orgoglio. Dovrebbe tornare ad essere così. L’editoriale di Salvatore D’Angelo. 
Foto Calvarese/SIR

Il 2 giugno abbiamo celebrato gli ottant’anni della nostra Repubblica. Un compleanno importante. L’età della saggezza. Per gli umani è quella della vecchiaia o vecchiezza, se vissuta al meglio. Per le istituzioni è segno di buona salute e perseveranza, nonostante qualche acciacco.
Una festa entrata fortemente nell’immaginario collettivo.

Non è difficile sentirsi dire «buona Festa della Repubblica!».

Un po’ come se fosse «il laicissimo natale» del nostro Paese, ha analizzato Francesco Ognibene di Avvenire. Un augurio che fa avvertire questo giorno come tesoro finalmente di tutti. Se è così bisogna ringraziare il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che nel 2000 volle che la festa fosse reintrodotta. Negli ultimi 26 anni è stata un crescendo. Ma non è stata celebrata soltanto una data, è stato ricordato un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori. Una ricorrenza condivisa e inclusiva, che non si è fermata alla parata ai fori imperiali. Mai come quest’anno ci sono state numerose iniziative collaterali: da quelle ufficiali del Quirinale, alle molteplici promosse a livello locale da Comuni e associazioni. 

Ottant’anni è un compleanno importante.Siamo una Repubblica grazie al voto di oltre 12 milioni di cittadini, persone, tra cui per la prima volta moltissime donne, che scelsero un nuovo corso di democrazia e libertà per il nostro Paese. Recarsi al seggio fu un orgoglio, una prova di maturità democratica. Dovrebbe tornare ad essere così perché più persone votano più è difficile, per i centri di potere, controllare gli elettori.

Quelle «donne e uomini vollero la Repubblica. L’Italia di oggi è frutto di un lavoro e dell’impegno di tante persone», ha sottolineato il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Infatti, ognuno contribuisce quotidianamente a rinsaldare il Paese nonostante ci sia sempre chi prova a picconarlo in tutto o in parte. 

Una festa come questa serve a consolidare il senso dello Stato e l’orgoglio di sentirsi cittadini e italiani. Un richiamo all’identità, nonostante in molti abbiano vituperato il termine e il senso identitario piegandolo a letture tutt’altro che democratiche.

La Chiesa è collaboratrice in quest’opera. Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, ha voluto ricordare che «la Repubblica è un patto tra generazioni che trova concreta attuazione nel lavoro, nella scuola, nella cura, nella giustizia, nell’accoglienza, nella pace e nella partecipazione». L’80° anniversario «non può essere solo memoria: deve diventare promessa». «Non basta celebrare ciò che abbiamo ricevuto; occorre rinvigorirlo, preservarlo e mantenerlo vivo, con lo stesso spirito che apre al futuro», ha scritto nel messaggio a Mattarella. 

Cara Repubblica, ti auguriamo lunga vita: unita, viva, più giusta, coesa e fraterna.

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