Giubileo della Speranza: «Pronti a cambiare per ringiovanire la Chiesa diocesana»

Con la celebrazione nella concattedrale di San Michele Arcangelo a Sarno, il vescovo ha concluso il Giubileo a livello diocesano ripercorrendo il cammino vissuto e indicando nuove prospettive pastorali

Il Giubileo della Speranza vissuto dalla Chiesa di Nocera Inferiore-Sarno si è concluso oggi pomeriggio nella concattedrale di San Michele Arcangelo, a Episcopio di Sarno. La Messa, presieduta dal vescovo monsignor Giuseppe Giudice nella festa della Santa Famiglia, ha segnato il momento finale di un anno di grazia e di cammino.

I primi passi erano stati mossi il 29 dicembre 2024 nella Cattedrale di San Prisco a Nocera Inferiore, in sintonia con quanto stabilito da papa Francesco con la bolla Spes non confundit.

Chiesa sempre pellegrina

Nell’omelia, il vescovo ha restituito il senso profondo di una Chiesa «sempre pellegrina sui sentieri della speranza», chiamata a riconoscere insieme «la bellezza e la fatica delle nostre famiglie; e la bellezza e la fatica della famiglia diocesana, entrambi segni di speranza».

Un tempo vissuto nel clima natalizio, ma proiettato già all’orizzonte più ampio della Chiesa universale, «già proiettati al 6 gennaio 2026, quando papa Leone XIV chiuderà la Porta Santa in San Pietro».

I pellegrinaggi diocesani e quelli personali

Ripercorrendo l’anno giubilare, monsignor Giudice ha ricordato i momenti salienti del cammino diocesano: il pellegrinaggio al Santuario di Pompei il 3 maggio, quello diocesano a Roma il 4 giugno con il passaggio della Porta Santa e il pellegrinaggio del 15 dicembre scorso, culminato con l’inaugurazione del presepe dell’Agro in Piazza San Pietro e il dono al Santo Padre.

«Abbiamo vissuto un anno intenso – ha sottolineato – sperando di aver trovato il tempo per fare riposare la terra del cuore, per restituire gesti di speranza e segni concreti di riconciliazione».

Accanto ai pellegrinaggi ufficiali, il vescovo ha richiamato quelli meno visibili ma altrettanto decisivi: «Tanti altri pellegrinaggi abbiamo compiuto verso porte difficili o sempre da aprire nel contesto della vita quotidiana». Un tempo di grazia che, ha avvertito, «non è da sottovalutare, e forse ancora meglio da elaborare».

La famiglia: una priorità

Al centro della riflessione, la famiglia, oggi segnata da fragilità e minacce culturali. Come la Santa Famiglia, anche le famiglie di oggi vivono precarietà e opposizioni: «Continuamente sono messe in pericolo le radici delle famiglie contagiate da una cultura che lavora per scardinare le fondamenta dell’istituto familiare».

Di fronte a «tante diagnosi» e a «poche terapie», monsignor Giudice ha indicato Nazareth come punto di riferimento, non per ignorare i cambiamenti del tempo, ma per ritrovare «le fondamenta per offrire ai tanti sbandati e vagabondi ancora un segno di speranza affidabile».

Da qui l’appello a un nuovo patto educativo tra famiglia, Chiesa, scuola e società civile, affidato non all’imposizione ma alla proposta: «Solo insieme si progredisce e si vince; da soli si regredisce e si perde». Essere credenti, ha aggiunto, significa anche assumere una responsabilità civile, perché «ogni scollamento produce frazionamenti, confusioni e disastri».

Per una Civiltà della Speranza

Guardando al futuro, il vescovo ha rilanciato con forza la prospettiva della «Civiltà della Speranza», da edificare nella vita quotidiana delle comunità, indicando cinque passi concreti: riconoscersi nella propria identità, mettersi insieme come ponti, camminare senza sopraffazioni, rifiutare ogni contrapposizione e vivere «gli uni per gli altri». Un cammino che chiede disarmo dei cuori e delle parole: «Mai più la bieca contrapposizione!».

Nuove prospettive pastorali

Un passaggio particolarmente significativo dell’omelia ha riguardato il futuro della Chiesa diocesana e la disponibilità a un rinnovamento pastorale che nasce proprio dall’esperienza giubilare. Monsignor Giudice ha parlato con chiarezza della necessità di non restare «ancorati a un pezzo di terra», ma di lasciarsi guidare dalla grazia.

«Sorgerà la Civiltà della Speranza nel cuore della nostra Chiesa diocesana se, docili alla grazia giubilare, sapremo rimettere nelle sue mani le nostre opzioni pastorali, pronti a cambiare, a ridisegnare il cammino per ringiovanire». Un invito rivolto in particolare al presbiterio, chiamato a vivere l’obbedienza come spazio di libertà e fecondità.

Chiesa chiamata a camminare in comunione

La figura biblica di Abramo diventa così icona del tempo che si apre: «Saldo nella speranza contro ogni speranza», il patriarca si mette in cammino «verso la terra che io ti indicherò». Allo stesso modo, la Chiesa di Nocera Inferiore-Sarno è chiamata a camminare «liberamente e con gioia», in comunione, sperimentando «la libertà dei figli che amano, la gioia dei fratelli che vivono insieme, lo stupore dei pellegrini che hanno fiducia nella meta».

Una Chiesa che va «solo con il Vangelo» per annunciare il Vangelo «là dove si vive, si ama e si soffre», ripiantandosi «nel cuore dell’uomo e nei crocicchi della storia». In questa prospettiva, «ogni cambiamento è segno di libertà interiore e di crescita», personale e comunitaria, nell’attesa del Regno che viene.

Verso la conclusione, l’invito a iniziare da sé e dal proprio territorio: «È necessaria una condizione irrinunciabile per edificare la Civiltà della Speranza: cominciare qui, cominciare dentro di me, nella terra dell’Agro nocerino-sarnese e nella mia Chiesa di Nocera Inferiore-Sarno». Nazareth diventa così il «domicilio» spirituale, la Santa Casa «dove la Speranza ha preso corpo».

«L’intelligenza artigianale»

Infine, uno sguardo al presente, segnato anche dalle nuove tecnologie. All’intelligenza artificiale, «utile ma capace di renderci ancora più schiavi», il vescovo ha contrapposto «l’intelligenza artigianale», che valorizza mani, cuore e intelligenza umana, rendendo ciascuno artigiano di una nuova umanità.

L’omelia si è chiusa con un invito semplice e concreto: fermarsi davanti al presepe, Admirabile Signum in Piazza San Pietro, per poi riprendere le strade della vita. Un Giubileo che si conclude, ma una speranza che continua a camminare nel cuore della Chiesa diocesana.

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