«Un canto d’amore per la mia Chiesa»: il vescovo Giudice celebra i suoi anniversari

Nella Cattedrale di Nocera Inferiore la Messa per i 40 anni dell’unione della diocesi, il 40° anniversario di ordinazione presbiterale e i 15 anni di consacrazione episcopale. «Ho vissuto e vivo per te, Chiesa del Concilio», le parole del Vescovo
Il Vescovo in occasione della Messa per i 40 anni della Diocesi – Foto Giuseppe Angrisani/Studio fotografico Angrisani

«Vorrei che questa celebrazione fosse solo un canto d’amore a più voci per la mia Chiesa ed un invito, esteso a tutti, a fare della vita un dono d’amore alla Chiesa». Con queste parole il vescovo Giuseppe Giudice ha aperto l’omelia della celebrazione eucaristica per il 40° anniversario dell’unione della diocesi di Nocera Inferiore-Sarno, il 40° anniversario della sua ordinazione presbiterale e il 15° anniversario della consacrazione episcopale. La Messa è stata celebrata il 27 settembre nella Cattedrale di San Prisco, a Nocera Inferiore.

Il filo conduttore dell’omelia, intitolata Un canto d’amore per la mia Chiesa, è stato il rendimento di grazie alla Santissima Trinità per il dono della vita, della vocazione sacerdotale e del ministero episcopale, insieme alla riconoscenza per la comunità diocesana e per le persone incontrate lungo il cammino.

Richiamando le parole di san Paolo VI nel Pensiero alla morte, il vescovo ha confidato il senso più profondo del suo legame con la Chiesa: «Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto».

La gratitudine per il dono della vocazione

Nella prima parte dell’omelia, il vescovo Giudice ha rivolto il proprio canto di lode al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ripercorrendo le tappe della propria esistenza e della propria vocazione. Un ringraziamento che ha abbracciato la famiglia, le persone incontrate, i luoghi della formazione e gli anni del ministero.

«La vita: dono stupendo, desiderabile sempre, meraviglioso, inedito; anche quando è segnato dalla sofferenza e dalla croce rimane magnifica humanitas», ha affermato, ricordando i genitori, la famiglia di sangue e quanti gli sono stati accanto con affetto, stima, sincerità e amicizia.

Il pensiero si è poi rivolto a Cristo, che lo ha chiamato al sacerdozio e al ministero episcopale. «Mi hai voluto sacerdote, vescovo, nonostante le mie povertà e, fidandoti e pagando di persona, ti sei messo nelle mie povere mani», ha detto il vescovo, riconoscendo nella propria vocazione un dono ricevuto e restituito nel servizio alla Chiesa.

Un ringraziamento particolare è stato rivolto anche allo Spirito Santo, presenza che ha sostenuto e accompagnato il suo cammino: «Tu, memoria della Chiesa, hai sostenuto i miei passi; giorno dopo giorno mi hai purificato, cristificato, accompagnandomi come vento, fuoco e terremoto spirituale».

«Ho vissuto e vivo per te, Chiesa del Concilio»

Il cuore dell’omelia è stato dedicato alla Chiesa, al suo volto e alla missione che le è affidata. «Ho vissuto e vivo per te, Chiesa del Concilio!», ha esclamato il vescovo, descrivendola come «antica fontana del villaggio, pronta a dare un sorso d’acqua a tutti».

Una Chiesa «imbevuta di Vangelo, Chiesa del Risorto, Mysterium lunae, e per questo non chiusa tra quattro mura, ma mandata». Una comunità missionaria, chiamata al dialogo e all’annuncio, capace di incontrare ogni persona: «Tu, Chiesa missionaria, in missione e in dialogo ecumenico e sincero con ogni uomo per salvare tutto l’uomo, e in tutte le sue dimensioni».

Nel richiamare l’immagine della Chiesa che riflette la luce di Cristo, il vescovo Giudice ha ribadito il legame personale con la comunità ecclesiale, anche nelle sue fragilità: «Stasera posso confessarti che non ho puntato mai il dito verso di te per condannarti, perché la verità profonda mi dice che, accusandoti, mi accuso; poiché dal giorno del Battesimo io faccio parte di te, sono un membro del tuo Corpo, anche della tua povertà, ma di più del tuo dono di grazia».

Il Vescovo con i concelebranti in occasione della Messa per i 40 anni della Diocesi – Foto Giuseppe Angrisani/Studio fotografico Angrisani

Da qui il richiamo a custodire la comunione ecclesiale, senza cedere alla tentazione di costruire percorsi separati dalla Chiesa. «Sofferenza grande, per me pastore, quando non si ama la Chiesa, e ci si abbevera a cisterne screpolate che non contengono l’acqua», ha osservato, mettendo in guardia dal rischio di coltivare «un’idea di Chiesa che, mortificando la Tradizione viva, non è quella ridisegnata dallo Spirito nell’Aula conciliare, con il sottile fascino di costruire chiese parallele e private».

Il servizio ecclesiale, ha aggiunto, trova il proprio senso nell’annuncio del Vangelo e nella condivisione della gioia: «In te, mia Chiesa, Sposa dell’Agnello, Città che scende dall’alto, ho incontrato tante persone alle quali ho cercato di raccontare il segreto della gioia, perla nascosta nel Vangelo, dono del mattino di Pasqua, per essere per tutti non padroni della fede, ma collaboratori della gioia».

Il grazie alla diocesi e al presbiterio

Ampio spazio è stato riservato alla gratitudine per le persone incontrate nei diversi luoghi del ministero. «Guardo con riconoscenza i luoghi dove la mia Chiesa mi ha mandato per farmi crescere nel servizio; ricordo tutte le persone che mi ha fatto incontrare: i bambini, i giovani, le famiglie, i poveri, i sofferenti, i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i consacrati e le consacrate; tutto il variegato popolo di Dio, pellegrinante con Maria Madre della Chiesa, verso il Regno».

Il vescovo ha ricordato i Pontefici, i suoi predecessori e i pastori che hanno accompagnato il cammino della diocesi, rivolgendo un pensiero riconoscente anche ai parroci e alla propria famiglia spirituale.

Un passaggio significativo è stato dedicato al presbiterio di Nocera Inferiore-Sarno, con il quale condivide il ministero episcopale. «Ringrazio stasera la mia famiglia presbiterale, il presbiterio della santa Chiesa di Nocera Inferiore-Sarno, per la gioia e la fatica di condividere il tratto di strada del mio Episcopato».

A sacerdoti e collaboratori ha rivolto l’invito a custodire la comunione e a prendersi cura della vita comune: «Non facciamo cadere invano l’esortazione dell’Apostolo: rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi; e curiamo, pregando e studiando, la vita del nostro presbiterio».

Il riferimento alla fusione delle due Chiese locali ha riportato l’omelia al significato dell’anniversario diocesano. «Qui sta il senso della fusione della diocesi e del nostro camminare insieme, parola attesa e compresa da tutti, in un mondo lacerato ancora da tante guerre, interne ed esterne».

L’impegno per il territorio e il bene comune

Nel ringraziare il popolo di questa terra, definita «magnifica e drammatica», il vescovo Giudice ha espresso la propria riconoscenza a quanti collaborano alla vita della diocesi, dagli uffici di curia alle persone impegnate nei diversi ambiti pastorali.

«Dio vi benedica e vi ricompensi! E amate sempre la Chiesa, nostra Madre e Maestra, servendola e mai servendovi, la quale non ci proibisce mai di fare il bene», ha esortato.

Un passaggio è stato dedicato anche alle istituzioni civili, in particolare ai sindaci e agli amministratori, chiamati a collaborare nel rispetto dei rispettivi ruoli. Il vescovo ha espresso gratitudine per il servizio alla comunità e incoraggiato a un impegno condiviso per affrontare le difficoltà sociali del territorio.

«Il mio incoraggiamento a lavorare insieme per il bene della Città dell’Agro, arginando come squadra il disagio sociale che, se non curato, produrrà frutti amari e pericolosi per il nostro territorio», ha affermato.

Quindi l’appello a unire responsabilità e attenzione al bene comune: «Insieme, ognuno al proprio posto, coltiviamo la speranza e la legalità, dando al nostro popolo una sincera lezione di sano governo».

In conclusione, il vescovo ha affidato alla preghiera il cammino personale e quello della Chiesa diocesana, invocando l’intercessione di Maria, dei santi patroni e dei testimoni della santità quotidiana. A sé stesso e ai sacerdoti ha consegnato ancora le parole di san Paolo VI: «Sacerdote, non finire mai di dire “Sì”: attingi dall’alba la forza della risurrezione, consegna al Vespro la luce che non tramonta».

L’augurio finale è stato per una Chiesa capace di rinnovare la propria vocazione alla comunione: «Maria, Regina degli Angeli e dei Santi, San Prisco, San Michele Arcangelo, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Sant’Alfonso Maria Fusco, il Beato Tommaso Maria Fusco, i tanti Santi della porta accanto, nell’abbraccio di tutti coloro che si affacciano dalla finestra del cielo, intercedano per noi, e donino alla nostra Chiesa il gusto di camminare insieme e con gioia sui sentieri della santità».

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