Il dolore come via di santificazione

Si conclude il percorso di rilettura delle risposte di Alfonso Russo alle domande degli associati della Pia Unione Ammalati, da cui emerge il valore della sofferenza vissuta come missione
Anno 1973. il primo pellegrinaggio diocesano a Lourdes

Nel percorso di rilettura delle domande rivolte dagli associati della Pia Unione Ammalati ad Alfonso Russo ne emergono due che toccano il cuore dell’Opera: dopo aver accolto la sofferenza, quale cammino è chiamato a compiere l’ammalato? E quale differenza c’è tra l’accettazione del dolore e la sua trasformazione in un’esperienza di santificazione?

Circa la prima domanda, leggo riportando: «L’accettazione della sofferenza da parte dell’ammalato non è il punto di arrivo, ma è il punto di partenza. Da qui bisogna cominciare la formazione dell’ammalato. È necessario, è indispensabile che l’ammalato comprenda l’utilità, l’importanza della sofferenza, perché vi si sottometta, la accetti, la faccia propria come “l’ora della visita del Signore”, ma occorre che si educhi perché diventi per lui una missione, cioè che sia la sua missione.

Occorre che si faccia comprendere al sofferente che il Signore ha tracciato il suo cammino e la sua via nel dolore per compiere una misteriosa missione. La stessa missione di Cristo viene proposta al sofferente, il quale, “fissando gli occhi su Gesù, l’autore della nostra fede” (Ebrei 12,2), si può animare a proseguire con gioia cristiana l’aspro sentiero per il conseguimento della salvezza di molti fratelli. Ed in particolare, quanto più diventa feconda e ricca la sua missione, tanto più raggiungerà la trasfigurazione da un corpo dolorante in un corpo glorioso. E perché la missione del sofferente sia sempre più efficace e proficua, si richiede che l’Ammalato si unisca alla Madonna e, come Lei, si associ al sacrificio di Gesù per contribuire al bene del popolo di Dio».

Circa la seconda domanda, leggo riportando: «Prima di dare una spiegazione spirituale alla domanda, vogliamo darne una letteraria dei tre termini: Accettazione = Accogliere; Santificazione = Rendere Santo; Valorizzazione = Rendere importante.

Accettazione, nel nostro significato vero, è accogliere con amore, con generosità, con riconoscenza il dolore, la sofferenza, qualsiasi dispiacere che possa affliggere, angustiare il corpo o lo spirito. È una vocazione. Accettare quindi non significa rifiutare il dolore, la sofferenza. Non disprezzarlo, ma accoglierlo con rassegnazione. Non una rassegnazione supina, ma una rassegnazione soprannaturale, cosciente, voluta, come quella di Gesù. È un dono.

La sofferenza, il dolore ripugna alla natura. Non siamo stati creati per patire. Gesù, davanti al fosco quadro della sua passione che vedeva straziante: “cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dall’abbattimento, tanto che disse: l’anima mia è triste fino alla morte” (Mc 14,33-34). E san Matteo ci fa sapere che supplicò per tre volte il Padre, dicendo: “Padre mio, se è possibile, allontana da me questo calice; tuttavia non quello che io voglio, ma quello che vuoi tu” (Mt 26,39). Giobbe, nella perdita dei beni, nella morte dei figli e afflitto tanto malamente da piaghe verminose, non s’abbatté, ma diede prova di sé, dimostrando nelle disgrazie e nei dolori una coraggiosa pazienza. Egli disse: “Il Signore mi aveva donato, il Signore me li ha tolti. Sia fatta la volontà del Signore. Sia benedetto il nome del Signore” (Giobbe 1,21). E il Signore lo lodò: “È un uomo senza lamentale, un vero adoratore di Dio” (cfr Giobbe 1,8; 2,3).

L’ammalato deve accettare di soffrire, perché deve essere un lottatore, quindi un buon trionfatore del male; deve accettare perché manifestazione dell’amore di Dio.

Santificazione, nel nostro significato, è consacrazione. La consacrazione santifica un oggetto, un vaso, una chiesa. Con la consacrazione si ha la santificazione. Anche il dolore deve essere consacrato perché sia santo. La consacrazione del dolore, della sofferenza, si ottiene mediante l’associazione alle sofferenze di Cristo. E come il Verbo santificò la natura umana mediante l’unione ipostatica, così il dolore umano viene santificato mediante l’unione alla sua Passione.

E accettata la sofferenza quale manifestazione e rivelazione dell’amore di Dio, essa diventa sacra, degna di culto. Ed è per questo che incoraggiamo i sofferenti, gli ammalati ad accettare il dolore. E gli stessi sofferenti diventano sacri.

Il padre Anastasio del Rosario (Ballestrero) dice: “Sentirsi sacri nel mondo ed essere consacrati al mondo”, soggiungo, è la più grande missione. È ciò che desidera il Concilio: la consacrazione del mondo a Dio per mezzo della santificazione del dolore, che è la perla più preziosa della Chiesa.

Ed in questa prospettiva si invoca la valorizzazione del dolore e della sofferenza. Nessuno nel mondo comprende il valore della sofferenza. Si impreca, si dispera, si bestemmia quando le pene, le angosce vengono a bussare alla porta degli uomini, di certi cristiani, che vorrebbero una vita senza intoppi, un cammino senza ostacoli, un pane senza fatica. È impossibile!

La vita ha le sue amarezze, i suoi dispiaceri, le sue illusioni e disillusioni. Tutto ciò è il compagno inseparabile dell’uomo. Il tracciato del nostro cammino è segnato dal sangue. Ora sta a noi far diventare amore il dolore. E si trasforma in amore redentivo quando sappiamo indirizzare al cielo la sofferenza. Non basta saper soffrire, bisogna saper anche gioire. Ed è in questo gioire la valorizzazione del soffrire. Sembra un paradosso: “sofferenza gioiosa”. Eppure questo è possibile anche umanamente.

Soffre gioiosamente chi, nelle pene, sa di avere un dono da offrire agli altri. […] Il sofferente è il più grande artista, che sa escogitare e far sprigionare dalle corde della sua sofferenza le note più armoniose di una musica che si diffonde per gli archi di mille spiriti, che si elevano estasiati alla contemplazione del soprannaturale dimenticando la terra. Il dolore valorizzato e soprannaturalizzato sa compiere simili trasformazioni».

Davanti a queste domande comprendo che ciò che oggi può sembrare scontato, in quel tempo rappresentava una grande novità. Resta vivo, pertanto, il desiderio di approfondire per vivere e diffondere sempre più l’apostolato della Pia Unione Ammalati: un fiore nel giardino della Chiesa diocesana, chiamato a crescere fino a intrecciarsi con la Chiesa universale.

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