In queste settimane, con una molteplicità di feste religiose e sagre, ho guardato con attenzione i manifesti promozionali. È deformazione professionale. Ho notato che, o si promuovessero feste patronali o momenti conviviali, in molti casi le grafiche non differivano. Per le feste mariane il celeste, per i martiri il rosso, per le serate musicali a base di panini e verdure il verde.
Una deriva omologante. È la conseguenza della costante, quasi compulsiva, richiesta di aiuto alle applicazioni di intelligenza artificiale.
Qualcuno potrebbe rispondermi che in questo modo si abbattono i costi e si riducono i tempi. Ma si sacrifica la creatività, l’originalità e la professionalità. Non voglio fare una difesa di ufficio, ma la differenza si percepisce e capita sovente che grafiche identiche rischino di passare inosservate. Ho notato che pure per recenti avvenimenti storici non si sia lesinato con l’AI per realizzare manifesti e brochure. Ipotizzo, senza temere smentita, che frotte di giovani studenti o professionisti poco valorizzati, forse anche gratuitamente, avrebbero volentieri abbinato il loro nome ad uno di questi appuntamenti.
È da tempo che ripeto agli investitori pubblicitari, suffragato dalle tesi di esperti e studiosi, che non conta il numero di visualizzazioni, ma quanto tempo ci si sofferma su un contenuto. È la seconda media che fa la differenza e fa comprendere se il contenuto è efficace o meno.
Si potrebbe trasferire questa considerazione anche sui testi scritti: articoli giornalistici, ma anche relazioni, temi e, perché no, omelie. Le app di AI possono pure aiutare a costruire un ragionamento, ma è l’intelligenza umana che deve renderlo unico e interessante.
Anche un orecchio poco attento o una lettura distratta consente di accorgersi se una struttura, ancor peggio tutto il testo, è stato realizzato da un bot. Più confidiamo sull’artificio, più si rischia una perdita di senso.
Se non ho più voglia di scrivere un articolo interessante, preparare un’omelia arricchente o una relazione interessante non potrò lamentarmi dell’uditorio poco attento; dovrò prendermela con me stesso se durante la Messa ci si distrae o se convegni e media tradizionali rischiano di essere lettere morte.
Allora faccio appello ad una massima dell’amatissimo san Carlo Acutis – anch’egli vittima di deformazioni e alterazioni da AI – «Dio non vuole fotocopie, ma solo originali». Facciamone tesoro perché possiamo essere contenitori ricchi di senso, valori e interessi da donare all’altro, non scatole vuote da riempire di nulla in bella mostra sugli scaffali della vita.
Un sollecito anche per questo tempo, affinché lo si possa vivere e lo si riesca a vivere per quello che si è e non per quello che sono gli altri. Buona estate da originali, non da fotocopie!
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