Ho imparato, attraverso una piccola esperienza tanto educativa, a tenere sempre tra le mani il filo sottile della speranza che lega il presente al passato e lo proietta nel futuro.
È un esercizio importante e, forse, oggi non troppo di moda, quello di tenere insieme il noi, il prima di noi e il dopo di noi, nella consapevolezza che la storia è un fiume che scorre: sembra sempre uguale ma, come la vita, si arricchisce continuamente di nuove gocce.
Era arrivato da poco il nuovo parroco, mentre la nostalgia ci faceva rimanere ancorati al passato. Eravamo pronti alla novità, pensando ingenuamente che cominciasse dagli ambienti. Nella sacrestia, locale dove di solito ci incontravamo per la nostra formazione, c’erano diversi quadri alle pareti, non di grande valore artistico, ma densi di ricordi affettivi.
Pensavamo subito di toglierli per rinfrescare l’ambiente e dare un volto nuovo, ma ci accorgemmo, ben guidati, che non era la cosa importante in quel momento.
Continuammo così ad incontrarci in quell’ambiente per molti altri anni, fino a quando arrivò il momento di rinnovare gli ambienti e quei quadri andarono in soffitta.
Capii, forse dopo, che il problema non erano i quadri ma la delicatezza di rispettare il cammino di chi prima di noi ha lavorato, sofferto, amato e costruito.
Non bisogna smantellare tutto subito, ma avere la pazienza di farsi accettare, voler bene e farsi voler bene, e solo dopo ridipingere, con il colore della speranza, le pareti e le attese delle persone.
Noi, prima di noi, dopo di noi… è il mistero della Chiesa cioè del Cristo eternamente giovane che cammina nel tempo.
Senza memoria il presente è abbruttito, il passato relegato da qualche parte, e il futuro fa fatica a venir fuori. Senza fede e carità, ci accorgiamo che anche la speranza si arrugginisce in qualche soffitta della nostra vita.
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