Favorito dallo sviluppo tecnologico, il «moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini», osserva il Concilio Vaticano II, è «uno degli aspetti più importanti del mondo d’oggi». Necessita però di un costante impegno perché si attui come «comunità delle persone», promuovendo il «reciproco rispetto della loro piena dignità spirituale» (Gaudium et spes, n. 23).
È un impegno oggi ancora più urgente.
Il diffondersi dei media e il crescente ricorso all’intelligenza artificiale offrono certamente maggiori possibilità di comunicazione e di incontro, però rendono più forte il rischio che le relazioni vengano oggettivate e svuotate di profondità. Inoltre è ancora forte la chiusura difensiva nei riguardi degli altri causata dalla pandemia, anzi viene rafforzata da nuove contrapposizioni e conflitti.
Nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia, approvato dalla terza assemblea sinodale dello scorso ottobre, viene perciò sottolineato: «Essere segno del Regno di Dio implica relazioni autentiche e comunionali, che mostrino le differenze come ricchezza. La comunità ecclesiale vuole essere uno spazio nel quale ognuno può sentirsi compreso, accolto, accompagnato e incoraggiato, con una particolare attenzione a coloro che rimangono ai margini» (n. 30).
Si tratta avvalorare con il cuore tutte le relazioni. In Dilexit nos, che è come il suo testamento spirituale, papa Francesco insiste sul «bisogno che tutte le azioni siano poste sotto il “dominio politico” del cuore» (n. 13). Questo vale innanzitutto per le relazioni familiari, perché non si svalorino incrinando la gioia di camminare insieme. Bisogna però anche non stancarsi di impegnarsi per dare qualità personale a quelle del mondo del lavoro e degli altri ambiti della vita sociale. Preoccuparsi solo dell’efficienza produttiva o del rispetto delle procedure, dimenticando che sono coinvolte persone con una propria dignità e responsabilità, è sempre causa di conflitti e non crea futuro.
Non mancheranno difficoltà e incomprensioni. I credenti però non perdono la fiducia e la gioia di essere fermento di relazioni nuove. Lo ha sottolineato Leone XIV nell’omelia per l’inizio del suo ministero: oggi «vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità».
Possiamo farlo perché lo Spirito viene sempre in aiuto della nostra fragilità rendendoci testimoni di speranza e artigiani di pace vera.
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