Essere perfetti sembra essere diventato l’unico modo per essere accettati dalla nostra società. Un’accettazione che passa non tanto per quello che siamo, ma per come e quanto performiamo. Da qui nasce la domanda: «Che cosa posso fare per essere perfetto?». Un interrogativo comune, che si pone anche il piccolo Luigino, il protagonista dell’albo illustrato “Perfetto Così”, realizzato da Carmela Autieri, edito da Edizioni Il Papavero.
L’autrice ha 28 anni, è laureata all’Accademia di Belle Arti, specializzata in Illustrazione, da qui la particolare cura e attenzione per la grafica e le illustrazioni del volume. Ha già esperienza di insegnamento come docente di Grafica in un istituto paritario e come maestra di scuola materna presso l’Istituto delle Suore Battistine di Angri.
“Perfetto così” è stato pubblicato lo scorso marzo – è acquistabile sulle piattaforme di e-commerce e sul sito ufficiale della casa editrice – ed è stato presentato lo scorso 11 aprile presso la Casa Madre delle Battistine ad Angri. Nel volume, il giovane protagonista intraprende un cammino che lo porterà a scoprire cose meravigliose su di sé. A giocare un ruolo chiave nella storia non saranno solo i genitori di Luigino, ma anche degli animali con cui il piccolo stringerà un rapporto di amicizia e di scambio profondo. Per farci dire qualcosa di più su questa storia, abbiamo incontrato proprio l’autrice.
Luigino vive l’ansia di dover essere perfetto per i genitori. Quanto è difficile oggi per un bambino sentirsi “perfetto così” senza l’obbligo di performare?
«È piuttosto difficile. Oggi molti bambini crescono in un contesto in cui contano soprattutto i risultati, finendo per credere che il loro valore dipenda da ciò che fanno. Tra scuola e aspettative familiari, il messaggio implicito è spesso “vali se fai bene”, il che genera ansia e mina l’autostima. In questo scenario, la differenza la fanno gli adulti: quando genitori e educatori valorizzano l’impegno più del risultato e accolgono l’errore, aiutano il bambino a sentirsi “abbastanza”. Non si tratta di eliminare le aspettative, ma di evitare che l’amore venga percepito come qualcosa da meritare».
Nel suo viaggio, Luigino riceve in dono dagli animali diverse qualità, capendo che la propria identità si costruisce anche grazie a ciò che riceve dagli altri. Quanto contano gli incontri per capire chi siamo?
«Gli incontri sono fondamentali: è attraverso il confronto con gli altri che impariamo a conoscerci. Luigino scopre che la sua identità non si costruisce da soli, ma nasce dall’intreccio di relazioni e scambi. Ogni incontro aggiunge un tassello, mostrandoci possibilità, limiti e potenzialità che da soli non vedremmo. In questo senso, la perfezione non è un traguardo individuale e statico, bensì un percorso condiviso e dinamico: diventiamo “completi” proprio grazie alle differenze degli altri».

Luigino chiede: «Cosa posso fare per essere perfetto?». Alla fine, scopre che la risposta non è un elenco di cose da fare, ma un modo di essere. Perché è così difficile accettare l’idea che la perfezione coincida semplicemente con l’essere sé stessi?
«Siamo abituati a legare la perfezione a regole, risultati e confronti, finendo per credere che ciò che siamo non basti. Accettare che la perfezione coincida con l’essere sé stessi richiede un cambiamento profondo: significa valorizzarsi anche nelle imperfezioni, cosa che spesso fa paura perché ci espone al giudizio. Inoltre, oggi vogliamo tutto e subito, ma crescere richiede pazienza. Non serve avere tutto subito: c’è tempo per diventare e, soprattutto, per essere. Luigino capisce che la perfezione non va costruita aggiungendo pezzi, ma riconosciuta dentro di sé: quando smette di voler diventare qualcun altro e accetta i propri tempi, riesce finalmente a essere sé stesso».
Quanto c’è di te in Luigino? Ti è mai capitato di porti la sua stessa domanda?
«Sì, sento Luigino molto vicino. Ho imparato che la ricerca della perfezione assoluta può diventare una gabbia che ci impedisce di cogliere la bellezza di ciò che è unico e imperfetto. A volte mi sono chiesta se stessi facendo abbastanza, ma col tempo ho capito che non esiste un traguardo in cui si diventa perfetti: è un percorso di consapevolezza. Anche nel mio lavoro il timore di non essere all’altezza si fa sentire. Eppure, sono proprio le sfumature inattese e i piccoli “errori” a rendere una storia o un disegno capaci di emozionare. Luigino rappresenta quella parte di me che sta ancora imparando a volersi bene non nonostante le imperfezioni, ma grazie a esse».
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