Sono catechista per far comprendere che con Gesù la vita ha più gusto

Una catechista racconta la sua esperienza di catechesi dopo il primo incontro della Sosta ecclesiale ai tavoli tematici Annuncio e Catechesi
Un momento della Sosta 2026: tavolo tematico Annuncio e Catechesi

Oggi il compito della Chiesa, delle parrocchie e di noi catechisti non è «convincere a forza». Gesù non ha mai detto: «Costringete la gente ad amarmi». Ha detto: «Voi siete il sale». E il sale non urla, non sta al centro del piatto, non si vede. Ma quando manca, si sente. La Chiesa oggi è chiamata a dare sapore, non peso.

La catechesi, il Battesimo, la Prima Comunione e la Cresima non devono essere una lista di regole da rispettare per forza. Se il bambino arriva all’incontro «scocciato», se la famiglia vive il sacramento come un obbligo sociale, allora abbiamo fallito.

Il nostro ruolo è far comprendere che amare il Signore significa vivere nella luce e nella gioia. Non è «non fare questo, non fare quello». È scoprirsi amati così come siamo e scoprire che con Gesù la vita ha più gusto. Sale che non si vede, ma si sente.

Un catechista, una parrocchia, una famiglia cristiana non devono mettersi al di sopra degli altri. Non siamo «quelli che hanno ragione».

Siamo quelli che, con l’esempio, rendono la vita degli altri più bella. È dire: «Io sono catechista non perché sono più brava di te e vado sempre a Messa, ma perché mi riconosco peccatore e sento la necessità di pregare, di amare e di agire nel nome di Dio».

Lo stile del catechista

Quando noi catechisti arriviamo all’incontro preparati, con il sorriso e con il cuore aperto, i bambini lo sentono. Quando la parrocchia è casa di tutti e non tribunale, le famiglie si avvicinano. Quando noi per primi andiamo a Messa volentieri, non per dovere, allora i ragazzi capiscono cosa significa amare Dio. Partire da noi, non dalla colpa degli altri.

È facile dire: «Le famiglie non portano più i figli al catechismo», oppure: «I bambini oggi non hanno fede». Ma Gesù ci chiede prima: «Tu che sale sei?». Mi interrogo: io, catechista, vado all’incontro volentieri o a malavoglia? Accolgo con gioia o con rigidità? Le mie regole avvicinano o allontanano? La parrocchia è una casa accogliente o un ufficio burocratico?

Se noi per primi non mostriamo che la fede è gioia, luce, relazione vera con Gesù e con gli altri, come possiamo pretendere che i bambini e le famiglie se ne innamorino? La catechista è colei che migliora la vita di chi la circonda, non chi fa polemica, critica e ammonisce. Secondo me, preparare al Battesimo, alla Prima Comunione e alla Cresima non significa riempire quaderni. Significa seminare sapore. Significa far sì che, quando un bambino pensa alla parrocchia, non pensi a «un’ora in più seduto», ma a «quel posto dove sto bene, dove mi vogliono bene, dove ho conosciuto Gesù».

Il sale non si impone al cibo. Lo rende migliore. Così deve fare la Chiesa oggi: non stare al centro dell’attenzione, ma essere al servizio. Non per essere vista, ma perché, senza la sua presenza, la vita degli altri abbia meno gusto. «Che quando noi non ci siamo, si senta la mancanza».

Anita Civale

Un momento della Sosta 2026: tavolo tematico Annuncio e Catechesi

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