L’accusa che tante volte è stata riservata ai cristiani è quella di passare, anzi passeggiare, tra le macerie del mondo con una rosa tra le mani. Può essere anche vero se, figli radicati nel peccato, alcuni credenti avanzano con indifferenza e cinismo in mezzo alle tante situazioni difficili della vita.
Tante volte sono persone deboli dal punto di vista psicologico che, non sapendo affrontare le situazioni, si chiudono in una torre d’avorio, mostrando una faccia che non sempre è quella reale.
Nella folla, certamente, ci sono alcuni che si anestetizzano dinanzi al dolore e alla sofferenza degli altri e continuano, pur in mezzo alla tempesta, come se niente stesse accadendo o come estranei a quel naufragio.
Lo sappiamo che dipende dalla formazione, dal carattere, dal cuore, dagli incastri ed incontri della vita. Ma porto con me, nel bagaglio della mia esistenza, la testimonianza di tante persone, credenti e non, che veramente sono passate tra numerose difficoltà con una rosa tra le mani. E mi spiego: lasciando cioè un profumo, una carezza, un aiuto, un sorriso, un incoraggiamento, un lampo di tenerezza, una domanda di senso, senza le quali la vita avrebbe avuto solo spine.
La rosa tra le mani era ed è una fede, una passione, un sogno, un motivo valido per aiutare l’altro e gli altri, anche quando non lo meritano.
Un po’ di profumo rimane sempre sulla mano di chi offre una rosa e profuma l’ambiente. Chi accompagna e sostiene queste persone, questi venditori di speranza?
In quel crepuscolo primaverile non era forse il Cristo, il compagno della strada di Emmaus? E perché non portare ancora una rosa a Maria e alla mamma e profumare così il nostro ambiente?
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