Ugo, uno dei bambini di don Enrico

Ugo non va a scuola, gira scalzo, subisce maltrattamenti continui. Poi incontra don Enrico. Un incontro che gli cambia la vita.
don Enrico Smaldone con i bambini della Città dei Ragazzi
Don Enrico Smaldone con i bambini della Città dei Ragazzi

Classe 1945, Ugo arriva alla Città dei Ragazzi a sette anni. Pochi, ma le cicatrici che si porta addosso sono già tante: ha tentato il suicidio sulla tomba della madre. «La corrente elettrica mi ha respinto», racconta durante una telefonata difficile da dimenticare, una di quelle in cui trattenere le lacrime diventa quasi impossibile.

La madre non l’ha mai conosciuta; il padre si è risposato, ma ha sempre nutrito nei confronti di quel figlio un astio feroce, alimentato dal sospetto che non fosse suo. Ugo non va a scuola, gira scalzo, subisce maltrattamenti continui. Ferite profonde, che lo spingono fino alla decisione estrema: togliersi la vita sulla tomba dell’unico amore puro – sua madre – che gli era stato strappato troppo presto.

Ma la sua storia non finisce lì. «Non sono morto, ma avevo la carne bruciata. Ho passato sei mesi in ospedale per curare le cicatrici». Parte la denuncia: il padre viene condannato a due anni di carcere. Il bambino, però, ha una sola richiesta, disperata: non tornare più con lui. Altrimenti ci avrebbe riprovato.

È così che arriva alla Città dei Ragazzi. Lì incontra un padre e una madre: don Enrico Smaldone e la signorina Agnese Adinolfi, che ancora oggi chiama «mammina». Ugo non sa né leggere né scrivere. Don Enrico lo fa studiare, lo inserisce nella banda della Città e poi lo iscrive al conservatorio: quel bambino ha un talento straordinario per la musica. «Ha fatto sacrifici per pagarmi la retta», ricorda.

Ugo lascia la Città quando viene chiamato alla leva militare. Don Enrico lo mette in contatto con un suo amico di seminario a Ginevra: è lì che costruirà la sua vita, ed è lì che vive ancora oggi con la sua famiglia. La musica resta il suo linguaggio: è trombettista e ha imparato a suonare anche il corno alpino. «Una volta sono tornato ad Angri e ho suonato il corno alpino sulla sua tomba».

Poi, prima di salutare, aggiunge: «Si ricordi: don Enrico è già santo».

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