Nel mese scorso, in via Nicotera, a Nocera Inferiore, una statua della Madonna di Lourdes, esposta in un’edicola votiva, è stata distrutta e ridotta in frammenti. Non è il primo caso documentato nella provincia di Salerno. Anzi è in tutta Italia che i simboli religiosi diventano spesso bersaglio di atti di vandalismo.
«Una statua», dirà qualcuno. In realtà a essere danneggiato non è un semplice oggetto, ma la devozione che uomini e donne hanno per chi vi è raffigurato. Devozione è l’altro nome dell’amore.
«L’inferno è non amare», dice il celebre curato di campagna di Georges Bernanos, un libro al quale viene da pensare quando accadono fatti del genere. Quanto e quale inferno è nelle menti e nei cuori di chi compie un atto così. In quelle menti e in quei cuori non c’è certamente l’amore e, quando non c’è, l’interiorità di una persona è vuota e fredda come una caverna oscura.
Il male è di chi lo compie. Nel dialogo con la contessa, che prova la disperazione per la perdita di un figlio e ce l’ha con Dio, il giovane curato le dice: «Anche se si rifugiasse nel più alto punto dei cieli la nostra miseria ne lo precipiterebbe. Ma voi sapete che il nostro Dio ci ha prevenuti. Potreste mostrargli i pugni, sputargli in viso, staffilarlo con le verghe e finalmente inchiodarlo su una croce, che importa? Ciò è già stato fatto».
Mistero di amore, che ama senza misura e senza tenere conto d’essere o no contraccambiato. È per questo che non si può amare senza Dio. Ancora il curato: «Finché siamo in vita, possiamo farci delle illusioni, credere che amiamo con le nostre forze, che amiamo fuori di Dio. Ma somigliamo a dei pazzi che tendono le braccia verso il riflesso della luna nell’acqua».
Amare? Anche chi distrugge un simbolo religioso? Se il maestro è Cristo, sì. Non ci si può fermare al solo scandalo per quanto è successo. I credenti sono chiamati a colmare il vuoto, forse la noia, che lo ha provocato.
Il Diario comincia così: «La mia parrocchia è una parrocchia come tutte le altre. Si rassomigliano tutte. Ma la mia parrocchia è divorata dalla noia. La noia la divora sotto i nostri occhi e noi non possiamo farci nulla. Il mondo è divorato dalla noia. Ma bisogna rifletterci per rendersene conto; non si sente subito. È una specie di polvere. Andate e venite senza vederla, la respirate, la mangiate, la bevete: è così sottile, così tenue che sotto i denti non scricchiola nemmeno. Ma basta che vi fermiate un secondo, ed ecco che vi copre».
La contessa muore improvvisamente, poco dopo il dialogo con il giovane prete. Se la critica è semplice, quasi nei fatti stessi, più complesso è riempire di Dio un vuoto. In una parola: salvare. In questo caso occorre darsi da fare, trovare soluzioni, «sporcarsi le mani», amare.
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