Andrea Rustichelli accompagnerà alla maturità il Premio Euanghelion che quest’anno arriva a 18 edizioni. L’angelo 2026 sarà assegnato al volto del Tg3, dove si occupa di Vaticano e di Esteri. Negli ultimi anni la svolta da scrittore con i libri: “Senza biglietto. Viaggio nella carrozza 048” e “Superluna. Nella cucina di un telegiornale”. «Sentivo il bisogno di maggiore approfondimento e maggiore riflessione. Oggi approfondimento e riflessione sono due parole chiave nel giornalismo e nei media», afferma.
Rustichelli, ciò non contrasta con i “tempi giornalistici” che invece appaiono sempre più una rincorsa ai tempi dei social?
«È un grande errore l’imperativo della brevità. Alcuni dirigenti dell’informazione credono che possa essere un antidoto alla crisi della stampa. A mio avviso non è così. La brevità sta producendo l’imitazione dei social, dei videoclip, dei reel. Sta producendo una informazione perdente perché priva di approfondimento, di spirito critico e di reali conoscenze da offrire all’utente».

Quindi, il giornalismo serve ancora? C’è ancora bisogno di giornalisti?
«Certamente c’è ancora bisogno del buon giornalismo e di giornalisti, a maggior ragione oggi in una società in preda al disordine informativo. Oggi sta vacillando pesantemente il criterio della verità: vero o falso significano sempre di meno, prevale il verosimile, la propaganda, le opinioni. C’è bisogno del giornalista come professionista dell’informazione, che si dedichi a una ecologia del linguaggio e del discorso pubblico».
La Buona Notizia – le buone notizie – meriterebbero un’edizione straordinaria? O sarebbe già un passo avanti considerarle di più nelle edizioni ordinarie?
«Sicuramente meriterebbero più spazio nelle varie forme possibili, poi ci vogliono anche editori coraggiosi. Storicamente la notizia è l’interruzione del flusso normale degli eventi, molto spesso queste interruzioni sono negative. Come controcampo è giusto fornire un orizzonte valoriale positivo perché le buone notizie ci sono e sono prodotte da portatori di valore che meriterebbero sicuramente più spazio».
La buona notizia può essere anche uno stile?
«Certamente. È uno stile di racconto improntato alla non morbosità, a discernere ciò che è veramente di interesse pubblico. Ho l’impressione che molto spesso i media si concentrino su notizie pruriginose, che acchiappino pubblico ma non sulla base di un reale interesse pubblico».
Ha fatto la cosiddetta gavetta tra varie testate e poi è approdato in Rai, al Tg3. È stato il raggiungimento di un traguardo o l’inizio di nuove sfide?
«Sicuramente il raggiungimento di un traguardo e l’agognata stabilità lavorativa, che oggi è un problema per tantissimi ragazzi, soprattutto in ambito giornalistico che è disastrato e corroso da tanta precarietà. Ma poi si sono aperte tante altre sfide. All’interno di una struttura complessa come la Rai era importante ritrovare la mia identità, ritrovare la mia vocazione e la voglia di proporre uno stile giornalistico che non fa sempre rima con mainstream».
Lei è Vaticanista ed è nella redazione Esteri. Com’è raccontare il mondo dalla Rai?
«È un grande onore e soprattutto una grande responsabilità perché noi facciamo servizio pubblico. Noi dobbiamo perseguire notizie che abbiano davvero interesse generale. La parola, l’aggettivo pubblico dobbiamo sottolinearlo e scolpirlo nella nostra testa, anche perché l’interesse pubblico delle notizie è prescritto all’articolo 2 del nostro codice deontologico che molti colleghi non conoscono, a partire dai direttori».
Parliamo dei suoi libri. Nel primo racconta il suo percorso di malato oncologico. Quanto è stato difficile mettersi a nudo su un tema tanto sensibile e privato? Perché ha voluto farlo?
«L’ho scritto sul telefonino mentre ero in reparto per la chemioterapia. Da cronista ho sentito l’urgenza di raccontare il mondo circostante, tra le buone notizie di chi guariva e le cattive di chi moriva, perché in quei reparti accade anche questo. Ho voluto raccontare la condizione umana della fragilità e l’idea che il malato non si debba nascondere in una società improntata alla performance perché è un soggetto portatore di diritti».
È anche il modo in cui si vive la malattia che aiuta ad affrontarla?
«Sì, evitando naturalmente esibizionismi. Indubbiamente c’è questa vergogna, come se uno si dovesse sentire in colpa. Viviamo in una società della felicità indotta, della performance ad ogni costo, quindi, il malato è fuori dal mondo».
L’esibizionismo è anche la conseguenza della morbosità del racconto televisivo.
«Purtroppo, i media raccontano in modo molto parziale la malattia. La raccontano con enfasi, parlando di guerrieri e di eroi, non raccontano la quotidianità e i temi sanitari. Non raccontano che la malattia può essere anche non guaribile, ma è sempre curabile. Del malato ci si deve sempre prendere cura. Ricordo una intenzione di papa Francesco che è riportata nel libro: “Inguaribilità e incurabilità troppo spesso vengono presi come sinonimi, ma non lo sono. Ci sono malattie non guaribili, ma il malato e la sua famiglia devono sempre essere curati”. Questa per me è una pietra miliare».
Nel secondo libro racconta della redazione di Altro Tiggì.
«È un prodotto della fantasia che, se bene utilizzata, è anche una lente di ingrandimento che ci permette di osservare la realtà. È un racconto in forma saggistica o un saggio in forma narrativa che nasce da una esigenza e uno stupore di fronte a una informazione che lavora per luoghi comuni, che al proprio interno vede una rassegnazione generale davanti alla banalità dei racconti. L’informazione ha nemici esterni e interni».
Quali sono?
«Un contratto di lavoro scaduto da dieci anni, un quadro di leggi non adeguato – la legge sulle querele temerarie che non c’è o l’equo compenso che va applicato – per non parlare dell’European media freedom act che deve essere recepito con leggi ad hoc. Insomma, c’è un quadro esterno non favorevole, ma questo si ripercuote anche all’interno con una classe dirigente poco motivata e corpi redazionali scoraggiati».
Qual è il pericolo maggiore per noi giornalisti?
«La rassegnazione e la perdita di vista del ruolo intellettuale. Il giornalista è un intellettuale e deve offrire ai propri lettori e ascoltatori chiavi di lettura della realtà: la conoscenza e lo spirito critico per consentire agli utenti di farsi una propria e personale opinione lottando sempre contro fake news e racconti falsi; difendendo la verità che è la cosa più preziosa. In sintesi, non rassegnarsi e non dimenticare la vocazione di fondo della professione: offrire una visione anticonformista e fertile della realtà».
Un’ultima domanda sul copia-incolla. Come possiamo ritornare ad essere originali, non solo nel giornalismo?
«Cercando di coltivare una nostra vocazione e un nostro stile, cercando di pulire lo sguardo. All’inizio ho evocato il ruolo del giornalista nel produrre un linguaggio ecologico. Secondo me la parola chiave è ecologia: avere uno sguardo pulito, originale, penetrante sulle cose e sempre fertile».
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