Parliamo di sangue. Partendo dal detto biblico che non c’è remissione senza spargimento di sangue. E parliamo di una donna vissuta secoli fa, che nel 1461 fu canonizzata, nel 1939 proclamata patrona d’Italia, nel 1970 dottore della Chiesa e nel 1999 compatrona d’Europa: Caterina da Siena (1347- 1380). Ventiquattresima figlia dei venticinque messi al mondo dal tintore Jacopo Benincasa e da Lapa di Puccio de’ Piacenti.
Una donna che col sangue aveva dimestichezza ed un amore infinito, specie se riferito al sangue di Gesù crocifisso. Si dicono tante cose su di lei; la si ricorda per le sue lettere ispirate dallo Spirito a principi, cardinali e nobili vari. Si insiste a ricordare il suo analfabetismo d’origine e la sua incultura umana, mentre papi e re dipendevano dai suoi scritti e dalle sue labbra. Lasciò, come frutto maturo del suo pensiero, oltre al Dialogo della Divina Provvidenza, 382 lettere indirizzate a papi, religiosi, religiose e laici, 22 orazioni, 25 elevazioni scritte dai discepoli mentre era in estasi.
Si ricordano giustamente il suo attaccamento alla Chiesa ed in particolare al Papa, da lei chiamato dolce Cristo in terra e le lotte sostenute per porre fine a quella che gli storici hanno chiamato Cattività Avignonese per costringere il ritorno del pontefice Gregorio XI a Roma. E pur nella confusione teologica tra papa ed antipapa seppe trovare la via giusta dell’unità e della pace. Caterina aveva una straordinaria capacità di discernimento, anche a livello politico-ecclesiastico. Ormai uscita dalla vita nascosta, il suo ardito programma fu quello di riformare la Chiesa, di spronare i ministri ad abbandonare il lusso e la simonia e ristabilire la Santa Sede
Ma vogliamo ricordare qualche particolare che a prima vista ci impressiona non poco ma che esprime tutto il valore di un’anima assetata di bere al calice di Cristo e dei fratelli. Era il tempo delle esecuzioni capitali e quel palco issato al centro di una piazza dava preciso il segno ed il senso del monito e dello spettacolo.
Quante teste non ha veduto Caterina cadere sotto il colpo di una mannaia? E lei era lì. Col suo nero macello di penitenza per allargare ed allungare le sue braccia di pietà e di misericordia per accogliere una testa mozza e sanguinante, senza preoccuparsi di macchiare il candore del suo abito monacale. Come un’antica eroina, sicura che la legge della humanitas superava qualsiasi ostacolo e divieto dell’uomo. Novella Antigone sofoclea.
Facciamo un salto di molti secoli tornando quasi ai giorni nostri. La guerra era finita, seminando morti e distruzioni e numerosi erano i soldati che, per incuria o per necessità, non avevano avuto nemmeno il pio rito di una sepoltura. Consumati nelle forre e nei fossati, sparsi e confusi sulle pendici dei nostri monti Lattari.
Ma la pietas non si è spenta se una donna popolana sentì, come Caterina, l’urgenza di recuperare quei resti scomposti e dispersi e consegnarli ad un luogo sacro.

Così Lucia Apicella (1887-1982), (quella che in un certamen latino i poeti hanno celebrato come Lucia mater) si carica di una missione quasi impossibile. Nel settembre 1943, durante lo sbarco a Salerno si ebbe l’approdo delle forze alleate sulle coste salernitane. Proprio lì nella valle di Cava, centinaia di caduti tedeschi ed Alleati, rimasero insepolti e abbandonati. Dopo aver visto dei bambini prendere a calci il teschio di un soldato e dopo un sogno premonitore nel quale otto soldati tedeschi la imploravano di consegnare i loro corpi alle rispettive madri, Lucia si dedicò, con amore materno e con molte difficoltà ed ostacoli, a ritrovare i resti dei militari caduti e a ricomporli in cassette di zinco.
Nel suo grembiule nero raccoglieva ossa e teschi di quanti riusciva trovare, senza nessuna differenza di nazionalità. A quanti le facevano notare che il nemico rimane sempre un nemico, con una visione tipicamente materna, con una semplice ma lapidaria risposta diceva: Song’ tutt’ figl ‘e mamma!
Nel 1952 Giuseppe Marotta scriveva: «Lucia Apicella, davanti alla quale cantò Beniamino Gigli e papa Giovanni s’inginocchiò commosso, nacque nella cittadina di Cava de Tirreni, in provincia di Salerno, nel 1887. Nei lunghi anni del dopoguerra, raccolse i resti mortali di circa mille soldati di ogni bandiera. Per questa sua opera, fu premiata dal Presidente della Repubblica con medaglia d’oro
e fu chiamata dai tedeschi Mutter der Toten, “La madre di tutti i caduti”».
«Non accontentatevi delle piccole cose (direbbe ancora Caterina) Dio le vuole grandi.. Se sarete ciò che dovete essere metterete fuoco in tutta Italia!».
Questa la bella storia di Caterina la santa e di Lucia la “briganta”!
Donne audaci che non hanno avuto paura del sangue e della morte. Che hanno ancora molto da insegnare a noi, pavida generazione contemporanea che grida di spavento e piange anche per una banale puntura di una spina! Donne illetterate, senza titoli accademici o lauree universitarie, ma capaci di parlare una lingua universale, quella del coraggio e dell’amore!
don Natalino Gentile
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