La matematica, per la verità l’aritmetica, non è “un’opinione”. La frase attribuita al politico calabrese Bernardino Grimaldi che nel 1878, alla caduta del governo Cairoli, non volle entrare nel nuovo esecutivo, ha una sua indiscutibile oggettività scientifica.
La “quantità”, però, è ben diversa dalla “qualità”. A gennaio 2026, secondo i dati Istat, la disoccupazione, a livello nazionale, è scesa al 5,1% e gli occupati continuano a superare la soglia dei 24 milioni. Scende anche la disoccupazione giovanile che si assesta a 18,9% (meno 1,9% su base mensile). Tra il 2024 e il 2025, anche in Campania si registra una crescita significativa con oltre 1,75 milioni di occupati e un tasso di occupazione che ha raggiunto il 45,4% (resta tra i più bassi in Europa, ma la situazione generale migliora).
Eppure, il Rapporto 2025 su povertà ed esclusione sociale in Italia, che la Caritas nazionale ha intitolato Fuori campo. Lo sguardo della prossimità, offre una lettura diversa dei dati. Un quadro preoccupante evidenziato dallo stesso Istat nel 2025 (su dati riferiti all’anno precedente). In Italia sono 2,2 milioni le famiglie in povertà assoluta, l’8,4% della popolazione residente. Si tratta di 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti. Sono in povertà relativa 2,8 milioni di famiglie, il 10,9% di quelle residenti. In totale sono 8,7 milioni di persone, il 14,9% dei residenti. Negli ultimi vent’anni la povertà, assoluta e relativa, è in costante aumento. Nello specifico le famiglie povere sono al Sud il 10,5%, al Nord il 7,9%, al Centro il 6,5%. Le problematiche del Mezzogiorno sono peraltro strutturali e permanenti.
La povertà riguarda in maniera consistente i minori: in Italia sono 1,28 milioni i poveri al di sotto dei 18 anni. Gli anziani, grazie al sistema pensionistico, hanno risentito meno di problemi economici gravi. Tra le nuove povertà rientra poi la situazione dei giovani tra i 18 e i 34 anni. Conta anche il lavoro che si svolge: il 15,6% dei nuclei con un capofamiglia operaio sono in una condizione di povertà contro il 2,9% di chi ricopre un ruolo di quadro, impiegato o dirigente.
Preoccupa la caduta dei salari. La differenza tra un lavoratore e un disoccupato, prima enorme, si è ridotta molto (tanto che al Sud non c’è più grande differenza tra un disoccupato e un lavoratore con contratto precario o bassa qualifica). Ed è quello che stupisce di più: non basta lavorare per essere fuori dal pericolo della povertà. Non ci si salva con un lavoro precario, a bassa remunerazione, in un mercato del lavoro che è segmentato, registra un basso tasso di occupazione femminile, risente di un evidente dualismo territoriale tra Nord e Sud.
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