Ci sono legami che vanno oltre il sangue e gesti che parlano più di mille parole. Dare a un figlio il nome di chi ci ha cresciuti è uno di questi gesti: un omaggio silenzioso ma potente, capace di raccontare affetto, riconoscenza e memoria. Nella storia dei ragazzi cresciuti nella Città dei Ragazzi, fondata da don Enrico Smaldone nel 1949, non è raro imbattersi in padri che hanno scelto di chiamare i propri figli Enrico, in ricordo del sacerdote che ha segnato profondamente le loro vite.
«Don Enrico per me è stato più di un padre». Con queste parole, Gerardo Giacomaniello confidò a sua moglie Giovanna il desiderio di dare al loro bambino, nato dopo aver perso una figlia di poco più di due anni, il nome del sacerdote. Cresciuto nella Città dei Ragazzi, Gerardo aveva imparato da don Enrico il mestiere di falegname e aveva continuato a lavorare nella struttura che lo aveva formato e protetto.
A ricordare quell’affetto è la moglie Giovanna, classe 1942, oggi residente a Genova. La famiglia abitava in via Badia, e don Enrico li andava spesso a trovare. Quando la loro piccolina si ammalò di tumore e fu ricoverata al Cardarelli, don Enrico li accompagnava in ospedale, offrendo loro conforto e forza. «Una volta mi ha visto piangere – racconta – e mi ha detto di non farlo, aggiungendo: “Se la bambina muore, va in Paradiso”».
Dopo sette mesi di sofferenza, la piccola si spense. Non aveva compiuto tre anni.
Il tempo passò e il sacerdote si ammalò di leucemia. Quando morì, il 29 gennaio del 1967, Giovanna era incinta. Una settimana dopo partorì, e Gerardo chiamò il bambino Enrico, per testimoniare un legame che superava il sangue: un affetto che continua a vivere nelle generazioni successive, come un filo invisibile di memoria e gratitudine.
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