Davvero le sorprese non mancano mai e spesso, senza volerlo, ci si trova di fronte ad una soluzione che tu non ti aspettavi. Anche in campo artistico. Conosciamo tutti la Cattedrale di San Prisco a Nocera Inferiore. Quante volte siamo entrati nel tempio, restaurato da qualche decennio, con la ricollocazione del maestoso organo all’ingresso e la visibilità di un presbiterio che offre al turista-fedele gli antichi ruderi di un preesistente edificio di mille anni fa.
E sul lato destro, entrando, ecco la necropoli. L’area sepolcrale di Prisco, primo vescovo ed evangelizzatore del nostro territorio nocerino. In un semplice ma importante sarcofago strigilato riposano le sue ossa e quelle delle sue due sorelle: Marina e Marzia.
In alto c’è un quadro che tutti hanno venerato come il santo vescovo Prisco, firmato Ignatius Amatruda e datato 1776. Ha una iconografia essenziale e senza riferimenti particolari, se si esclude la visione di una cinta di mura, rinviante forse alla città di Nocera, uno stuolo di cherubini, e un angelo che sorregge un libro su cui si legge «hic est sacerdos quem coronavit Dominus» (Questo è il sacerdote che il Signore ha incoronato). Poi ci sono le tradizionali insegne episcopali: mitra, pastorale, piviale. Di lato, sulla destra, uno stemma identificabile con quello del vescovo dell’epoca, Benedetto Maria dei Monti Sanfelice.
Spostiamoci di alcuni chilometri, dirigendoci verso Napoli. Nel centro storico incontriamo il Pio Monte della Misericordia. L’edificio, che ospita il celebre quadro di Caravaggio “Le sette opere di misericordia”, ha una quadreria che conserva 140 tesori straordinari e preziosi del barocco napoletano. Nel salone d’ingresso un bozzetto (per la tela della chiesa di Santa Caterina da Siena) attrae l’attenzione, come qualcosa di già visto. Leggo la targhetta: Francesco De Mura, (59×35 cm, 1760 ca) Sant’Agostino vescovo, cardioforo (portatore del cuore).
Sogno o son desto? È Prisco o Agostino?


Guardo bene il piccolo dipinto. A parte il tocco del maestro che fa la differenza nell’impostazione generale della scena (basta notare la splendida e dinamica presenza degli angeli), noto sulla mano destra un cuore fiammeggiante! Chi non ricorda l’assioma agostiniano «Inquietum est cor nostrum donec requiescat in te» (il nostro cuore è inquieto se non riposa in te)? Si tratta di un elemento che dal XVI secolo in poi sarà sempre presente nell’emblema degli Agostiniani, pur con le diverse varianti. Evidentemente il nostro Vescovo aveva bisogno di una immagine di san Prisco e, se un vescovo valeva l’altro, è bastato far togliere quel cuore ed ecco il nostro Amatruda firmare il suo san Prisco.
È stato un furto di identità che in fondo non ha fatto male a nessuno e possiamo perdonarlo. Specie quando le cose si fanno con buona intenzione e soprattutto… col cuore!
Don Natalino Gentile
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