«Perché loro e non io?»

Esercizio quotidiano di immedesimazione per diventare uomini di pace.

Perché loro e non io?». Nel corso del suo pontificato papa Francesco lo ha ripetuto più di una volta parlando dei carcerati. Erano parole non nuove per chi ne aveva vissuto gli anni dell’episcopato a Buenos Aires.

«Alcuni dicono: sono colpevoli. Io rispondo con la parola di Gesù: chi non è colpevole, scagli la prima pietra. Guardiamoci dentro e cerchiamo di vedere le nostre colpe. Allora, il cuore diventerà più umano», disse l’arcivescovo Jorge Mario Bergoglio in un’intervista a Jorge Rouillon, giornalista del quotidiano argentino La Nación. Era il primo aprile 1999 e il pastore di Buenos Aires si trovava alla fermata del bus 109 che lo avrebbe riportato in centro, dopo aver lavato i piedi ai detenuti celebrando in carcere il Giovedì santo di quell’anno.

Perché lui, lei, loro e non io? È una domanda che possiamo porci anche in altre circostanze, del tutto diverse. In un film della regista tunisina Kawthar ibn Haniyya, awt al-Hind Rajab, ovvero La voce di Hind Rajab – del 2025 e, con un po’ di fortuna, ancora visibile al cinema – una bambina palestinese si ritrova imprigionata nell’auto in cui viaggia insieme ai suoi familiari. Siamo a Gaza, il veicolo è stato colpito dai soldati israeliani, la piccola è l’unica ancora in vita. Non appare mai il suo volto, ma solo la sua voce.

Dalla loro sede operativa in Cisgiordania i soccorritori della Mezzaluna Rossa – il corrispettivo della Croce Rossa negli Stati musulmani – riescono a mettersi in contatto telefonico con Hind, la rassicurano, le promettono d’intervenire al più presto. I soccorritori sono vicini, ma è necessario seguire un iter complesso e farraginoso per ottenere le autorizzazioni per intervenire. Il film, che racconta l’impotenza devastante degli operatori della Mezzaluna nel salvare la bambina, è reso ancora più tragico dal fatto che la voce di Hind non sia riprodotta, ma è quella originale.

Torna ancora quella domanda: perché lei e non io? I giornalisti hanno quasi sempre una verità in mano, almeno dalla loro prospettiva. Non stavolta: quella domanda è senza risposta. Quando ascoltiamo o leggiamo di fatti drammatici siamo abituati a mantenere una certa distanza dall’accadimento come se fosse un racconto. Ma non lo è.

Potremmo fare un esercizio mentale e pensare che, al posto di una vittima, potremmo esserci noi. Cosa avremmo fatto? Che parole avremmo detto? Saremmo stati in grado di affrontare quel dolore? Ogni giorno dovremmo fare esercizio di immedesimazione, metterci nei panni degli altri, per essere sempre più decisi nel fare il bene e nell’essere operatori di pace.

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