Ho un nipotino di pochi mesi grazie al quale mi sono riaffacciata sul mondo della nascita e dell’accudimento nei primi anni di vita. Uno sguardo che mi ha permesso di notare come, rispetto al tempo della mia maternità, l’attenzione dei genitori verso il figlio sia cresciuta in modo esponenziale: una cura giusta, necessaria, ma che talvolta rischia di diventare totalizzante. La gravidanza, oggi, appare spesso medicalizzata fino all’eccesso e progressivamente spogliata di ogni riferimento alla gratitudine verso Dio Creatore. Si organizzano feste per la rivelazione del sesso del nascituro e nel desiderio di “fare le cose per bene”, si rimanda talvolta il Battesimo fino al primo anno di vita del bambino, rischiando di depauperare il sacramento del suo significato originario: dono gratuito di grazia, non traguardo da raggiungere.
C’è un’attenzione quasi spasmodica alla salute del bambino, comprensibile e doverosa. Ma c’è anche altro. C’è un mistero che spesso dimentichiamo: l’impronta di Dio che ogni uomo porta con sé e in sé.
Quando Anna e Marco, giovani sposi della Fraternità di Emmaus, hanno scoperto di aspettare un figlio, la loro prima reazione è stata di grande gioia. Poi, per alcuni giorni, tra loro è calato il silenzio, interrotto solo da comunicazioni più di servizio che di reale condivisione. «Ci siamo sentiti piccoli davanti a qualcosa di enorme. Ce la faremo?», raccontano. È stato proprio in quel tempo sospeso che si sono sentiti maggiormente accompagnati dagli altri sposi con cui condividono il cammino di fede: accompagnati a riconoscere che la gravidanza non è solo attesa biologica, ma un tempo di grazia speciale.
Il primo luogo dell’Iniziazione Cristiana non è il fonte, ma il grembo materno. «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (Sal 139): la Scrittura non parla della gravidanza come di un semplice evento biologico, ma come di un tempo abitato da Dio. Ogni attesa di un figlio è tempo teologico. È da questa consapevolezza che prende le mosse il Documento diocesano “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro” (Lc 24,15). Cammino diocesano per l’Iniziazione Cristiana, che invita la nostra Chiesa a riscoprire uno stile di prossimità e accompagnamento, capace di intercettare la vita reale delle persone e di camminare accanto alle famiglie fin dalle prime fasi dell’esistenza.
Questo accompagnamento diventa ancora più urgente quando, durante l’attesa, emerge la notizia di una disabilità del bambino. In quei momenti le parole si fanno povere e le certezze vacillano. Serve una Chiesa capace di entrare “a piedi scalzi” nella terra sacra di un futuro incerto, condividendo il peso delle domande senza fuggire. Solo così la fede può diventare uno spazio abitabile anche nella fragilità. «La vita umana va accolta fin dal grembo materno, custodita e accompagnata con amore e responsabilità», si legge nel Documento. Prendersi cura della vita significa sostenere i genitori, creare alleanze educative, offrire contesti ecclesiali capaci di generare fiducia. Una sfida pastorale che chiede di essere accolta con assoluta priorità.
Giovanna Abbagnara
Curata dalla Commissione per la Catechesi, la rubrica guida i lettori alla scoperta del documento «Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro (Lc 24,15) – Cammino diocesano per l’Iniziazione Cristiana», proponendo un percorso di riflessione e crescita nella fede
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