La speranza nella vita eterna

Monsignor Domenico Sorrentino, nella sua ultima fatica letteraria ci guida in una lettura originale del Cantico di San Francesco per comprendere come la speranza resista anche di fronte alla morte.

Nella sua ultima fatica letteraria, dal titolo Il cuore nascosto del Cantico, monsignor Domenico Sorrentino, cui propone una riflessione originale e profonda sul Cantico delle creature di san Francesco.

Essa risiede innanzitutto nel ribaltamento della prospettiva: il saggio del presule prende avvio, infatti, dagli ultimi versi del Cantico. Una scelta significativa, che intende mettere in luce il dato essenziale: san Francesco compose il testo per lodare il Signore in un momento di profonda prova fisica e spirituale, negli ultimi anni della sua vita trascorsi ad Assisi, dopo il ritorno dalla Verna, dove aveva ricevuto le stigmate. «Il libro – precisa mons. Sorrentino – in qualche maniera rende giustizia al Cantico e lo rende leggibile alla maniera di san Francesco».

Le strofe che lodano il Signore «per quelli che perdonano per il tuo amore» e «per Sora nostra morte corporale» diventano, dunque, la chiave di lettura dell’intero Cantico.

«Il messaggio – afferma monsignor Sorrentino – è anzitutto prendere sul serio la condizione umana in tutta la sua bellezza e in tutta la sua fragilità, sapendo che dentro la fragilità vibra l’amore di Dio, capace persino di donarci gioia quando affrontiamo le difficoltà legate al dolore, al perdono e alla morte».

Una chiave di lettura interessante anche per affrontare il mistero della morte, soprattutto in questo mese di novembre dedicato al ricordo e al suffragio dei nostri defunti. Insieme con Francesco siamo chiamati a cantare:

“Laudato si’, mi’ Signore,

per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò scampare.

Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali;

beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda nol farà male”.

Eppure, vagando tra i ricordi liceali, riaffiora alla mente il severo ammonimento di Ugo Foscolo nei suoi Dei Sepolcri (1807), dove il poeta ci consegna una prospettiva segnata dall’assenza di speranza:

«Anche la Speme, ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve tutte cose nell’obblìo della sua notte; e una forza operosa le affatica di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe e l’estreme sembianze e le reliquie della terra e del ciel traveste il tempo».

Ma come un balsamo ci consola il bellissimo scritto sulla speranza della grande poetessa nordamericana Emily Dickinson (1830-1886), che canta:

«È la “Speranza” una creatura alata, che si annida nell’anima – e canta melodie senza parole – senza smettere mai. E la senti dolcissima nel vento, e ben aspra dev’essere la tempesta che valga a spaventare il tenue uccello che tanto riscaldò. Nella landa più gelida l’ho udita, sui più remoti mari, ma nemmeno all’estremo del bisogno ha voluto una briciola da me».

Questo ci esorta a ricordare che la speranza può e deve resistere anche nelle situazioni più estreme e di maggiore sofferenza: è la speranza della vita eterna.

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