Siamo seduti su una pentola a pressione. È da qualche anno che la guerra non abbandona i nostri resoconti quotidiani. I timori di una escalation che interessi direttamente l’Europa, con bombe e fucili, non solo con le conseguenze economiche e sociali che già avvertiamo, appare una possibilità non lontanissima. Siamo stretti tra superpotenze senza saper usare, ottimizzare e sfruttare la nostra super potenza che nasce e si fonda sull’unione.
La mancanza di una politica estera realmente comune, tante voci e posizioni che non riescono ad essere sempre una, rischia di impattare sulla credibilità europea. Il veto dei russi sull’Alta rappresentante Kaja Callas, la partita a due tra Donald Trump e Vladimir Putin; un Medioriente che ribolle; la Cina che sembra essere alla finestra ma continua la sua battaglia commerciale.
Eravamo dei giganti dal punto di vista culturale, politico, economico e istituzionale, siamo diventati dei nani che all’occorrenza provano a solleticare l’interesse dei potenti. Invece dovremmo essere nani che, sulle spalle dei giganti (i padri fondatori, costituenti e resistenti) provano a dare il giusto contributo in termini di sviluppo e pace.
La pace, appunto. Papa Leone XIV, come anche il predecessore Francesco, ne parla in ogni discorso. Esordì il suo pontificato con il saluto del Risorto: «Pace a voi!». Chiese da subito «una pace disarmata e disarmante». Lo ha rimarcato nel messaggio per la LIX Giornata mondiale della pace.
Una speranza per la quale non bisogna stancarsi di pregare. La Quaresima è un tempo propizio. Che sia per la pace in Ucraina, in Palestina o per uno della cinquantina di conflitti che affliggono il mondo, quelli africani sono i più dimenticati, non smettiamo di chiedere la pace, che può essere abbinata al digiuno.
Servirà? «Sebbene non siano poche, oggi, le persone col cuore pronto alla pace, un grande senso di impotenza le pervade di fronte al corso degli avvenimenti, sempre più incerto», ha consapevolmente scritto il Santo Padre. Sì, pregare e digiunare possono cambiare la vita, nostra e degli altri. In un articolo sul tema, fratel Enzo Bianchi conclude: «Da Dio possiamo ottenere solo lo Spirito Santo, la forza del suo Spirito che nelle nostre menti crea quello che noi non possiamo creare: azioni e pensieri di pace, di riconciliazione, di giustizia». Seppur tutto sembra crollare, è nella nostra fede, o quel che ne rimane, che troviamo la forza per andare avanti e lavorare/vivere da operatori di pace.
La pace deve essere «una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare», altrimenti «l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica», sempre papa Prevost. Insomma, come ha spesso ricordato il vescovo monsignor Giuseppe Giudice, la «pace deve essere prima nei nostri cuori, perché se non siamo in pace con noi stessi non potremo esserne portatori».
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