Attenti al phubbing

La tecnologia non diventi un ostacolo alla vita sociale. Riappropriamoci del tempo, del contatto con le persone e dei rapporti umani autentici.

Non è il massimo evitare l’utilizzo della lingua dei padri per usare un termine inglese, ma questa volta è necessario. La parola in questione è “phubbing” che, sebbene sia stata coniata nel 2012, è – ahinoi – diventata sempre più diffusa ai nostri giorni.

Phubbing unisce due parole inglesi: la prima è “phone”, cioè “telefono”, mentre la seconda è “snubbing”, vale a dire “snobbare”. In sostanza si tratta di quella pessima abitudine di ignorare il proprio interlocutore per consultare lo smartphone.

In apparenza è affare di poco conto, una distrazione, in realtà è l’indice di una sempre più diffusa maleducazione che, peraltro, danneggia in maniera pesante la qualità delle relazioni interpersonali e finanche il benessere psicologico.

Tutto nasce dalla dipendenza digitale e da quella che gli inglesi chiamano “Fear of missing out” (che ha tanto di acronimo: Fomo), la paura di rimanere esclusi da ciò che accade on line. Lo smartphone è una calamita dell’attenzione, ha una forza attrattiva dalla quale non ci si può sottrarre (e una scarica di dopamina spinge le persone a dare priorità al virtuale rispetto al reale).

L’effetto è poi a catena: chi si sente escluso finisce spesso per guardare anch’egli il telefono e l’uno sembra dire all’altro: «Ciò che accade sul mio schermo è più importante della tua presenza». La comunicazione perde di fiducia e di efficacia anche perché si priva del contatto visivo, indispensabile alla connessione umana.

La cura? Promuovere una sorta di “igiene digitale consapevole” utilizzando semplici regole come il divieto di usare cellulari a tavola o durante le riunioni. Alcune modalità – manco a farlo apposta sono sui nostri smartphone – potrebbero aiutare a rendersi conto del problema. Provate a consultare il “tempo di utilizzo” delle singole app, qualcuno potrebbe accorgersi che è davvero troppo.

Il consiglio per questo nuovo anno è riappropriarsi del proprio tempo, del contatto con le persone, dei rapporti umani veri e non solo virtuali, della vita. Solo questo dà gioia profonda. Riappropriamoci anche dei paesaggi, delle città, di un quadro, del mare o di uno scorcio di montagna.

Troppi preferiscono fotografare un tramonto senza vederlo con i propri occhi. Riappropriamoci insomma del presente: riconosciamo che la vera connessione non passa attraverso un segnale wi-fi, ma attraverso l’attenzione a chi ci sta di fronte. La tecnologia è uno strumento. Non diventi un ostacolo alla vita sociale.

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