La parrocchia preferita

Una riflessione sull’amore che non fa preferenze e si fa carico di ciascuno.
Foto da Pixabay.com

Un giorno fu chiesto a un uomo sapiente: «Hai molti figli, qual è il tuo preferito?». Egli rispose: «Il figlio che preferisco è il più piccolo, finché non è cresciuto; è quello assente, finché non ritorna; è quello malato, finché non guarisce; è quello in prigione, finché non è liberato; è quello afflitto e infelice, finché non è consolato».

Limpida ed efficace, questa parabola persiana ci insegna che cosa sia il vero amore.

Mi è tornata alla mente questa parabola ricordando una domanda che una signora mi rivolse quando ero parroco. Nella mia esperienza pastorale, di cui sono sempre grato, ho dovuto continuamente mantenere un delicato equilibrio tra due parrocchie e diversi uffici diocesani.

Mettere insieme realtà pastorali e umane differenti, senza mai confonderle né mortificarle, è un esercizio impegnativo che, se vissuto bene, aiuta ad andare alla sintesi e all’essenziale, evitando di perdere tempo in questioni inutili e in discussioni di lana caprina.

In una delle due parrocchie affidatemi, una signora mi domandò a bruciapelo: «Qual è la parrocchia migliore e a quale volete più bene?».

Capii subito che la domanda poteva essere una trappola e che la risposta doveva essere significativa. Anche quella volta, lo Spirito mi venne in aiuto.

«Signora – le chiesi – lei quanti figli ha?».

«Due», mi rispose.

«E a quale vuole più bene?».

«A tutti e due, e guai a chi me li tocca!», replicò con decisione.

Allora conclusi: «Signora, così è anche con le parrocchie».

La signora incassò e capì.

Nel cuore di una madre, che conosce bene la diversità dei figli, alberga un amore per tutti i figli, e per ogni figlio.

Così dovrebbe essere per ogni consacrato, parroco, vescovo, insegnante, superiore.

Non confusione, non omologazione, non “insalata mista”, ma attenzione al particolare di ognuno, per amare tutto e tutti e offrire speranza secondo l’attesa di ciascuno.

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