Inizio d’annata all’insegna del grande cinema d’autore, italiano ed europeo, con una grande conferma e una spiazzante sorpresa.

Non ci aspettavamo da Oliver Laxe, giovane cineasta franco-spagnolo, un film così incisivo e immediatamente iconico come Sirât, in Concorso a Cannes nel 2025 e in sala in Italia dall’8 di gennaio. Un’opera densa di significati quanto lacunosa e per nulla didascalica, che suggerisce invece di affermare, che punta tutto su immagini e sonoro, sulla musica come massima espressione di libertà, con il mondo esterno incombente e non disposto a lasciare ai giovani una possibilità di evasione dalla realtà: sono queste le due coordinate principali su cui si muove un film errabondo e insieme prigioniero, gestito da Laxe con perizia e cognizione di causa.
La cultura dei rave, così importante tra anni ‘90 e Zero, riafferma tutta la sua centralità e la sua insopprimibile resistenza anche quando subisce attacchi da ogni parte, dal macro del 7 ottobre 2024 da parte dei guerriglieri di Hamas al micro del governo Meloni pronto a demonizzarla e a farne oggetto del primissimo provvedimento dell’allora nuovo esecutivo. La festa nel deserto del Marocco che si vede nelle prime immagini dell’opera è abitata da gente di tutto il mondo, ragazzi alla ricerca di una fuga provvisoria e cultori di vita “alternativa”, sudati e scatenati mentre i bassi fanno tremare la terra e le avanguardie sotto cassa prendono di petto il sound selezionato dal dj. Poi … l’inferno. Film ideale per una riflessione non banale sul contemporaneo.

Da giovedì 15 gennaio, invece, arriva in tutte le sale italiane (dopo alcune anteprime mattutine in cinema selezionati tra Natale e Capodanno) il nuovo film di Paolo Sorrentino, “La grazia”. Grazia in significato duplice, quello spirituale/filosofico e quello letterale, nel senso di perdono concesso dal Presidente della Repubblica ai detenuti. Un Presidente ricalcato principalmente su Mattarella (ma non solo) e interpretato dal solito, gigantesco Toni Servillo.
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